Un libro ti allunga la vita

0

di Alessandro Artini

Alcuni dicono che i libri allungano la vita, come le telefonate di una pubblicità di qualche anno fa. Perché? Vi sono due sostanziali ragioni, per ritenere che sia vero, la prima delle quali potrebbe essere definita sulla scorta del pensiero di Umberto Eco, mentre la seconda, decisamente inglese, potrebbe essere articolata in a pragmatic way.

Cominciamo dalla prima. Secondo Eco, in un tempo molto lontano, quando gli uomini ancora vivevano in tribù, i vecchi che non erano più in grado di cacciare venivano abbandonati. Per gli etologi anche alcune specie di animali, per esempio i lupi, espellono i vecchi dal branco, lasciandoli al loro destino. Poi, compiendo una rapida ricostruzione storica, gli uomini sono progrediti sviluppando il linguaggio, via via passando dai suoni gutturali alle parole, quindi a intere frasi. Così i vecchi sono stati scoperti come depositari di sapere. Tramite i loro racconti, i giovani potevano acquisire l’esperienza di cento anni di vicende umane. Addirittura di secoli. Così la loro vita si è allungata. Ma ciò è accaduto anche ai vecchi, di cui si scopriva l’utilità sociale e che per questo venivano accuditi.

Non vado oltre, perché ci sarebbe da capire cosa ne faremo, oggi, dei vecchi, dal momento in cui la memoria di un pc supera di gran lunga quella umana. Forse la risposta potrebbe essere che le informazioni digitali non equivalgono a conoscenza e certamente non sono saggezza. Per questo i vecchi potrebbero essere ancora utili… Ma lasciamo perdere, anche se la cosa mi preoccupa, data la mia età. Fatto è che i vecchi erano i nostri libri.

Una sera, Saverio Tutino, il fondatore dell’Archivio nazionale diaristico di Pieve S. Stefano, mi suggerì che i diari, le memorie e le autobiografie altro non erano altro che la riproposizione dei racconti dei vecchi, nelle notti, con tutti i membri della famiglia raccolti davanti al focolare domestico.

Beh, questa è la maniera di Eco di spiegare come i libri allunghino la vita.

Poi c’è la seconda strada, decisamente british, cioè prammatica. Essa si affida a una ricerca della Società reale per la salute pubblica, che, dati alla mano, analizza il nesso tra lunghezza della vita e contesto sociale e urbano in cui la si trascorre. Ebbene, se la vita culturale del quartiere in cui si abita è ricca di stimoli, la durata della vita si allunga. Da cosa derivano questi stimoli salutari? Essi nascono, ad esempio, dalle librerie, dalle biblioteche, dai musei, ma anche dai centri sportivi, dai bar e dai caffè, dove si parla e ci si incontra.

Per soddisfare la vostra curiosità (ammesso che qualcuno ce l’abbia…), vi dico anche quali sono i contesti “letali”. Sono quelli delle sale giochi e per le scommesse, dei fast food, delle agenzie per i prestiti di emergenza (quelli, molto diffusi in Inghilterra, di chi non ce la fa a tirare avanti e che accetta anche lo strozzinaggio), dei centri per le abbronzature, ecc.

Ovviamente nessuno vuol dire che le lampade solari di per sé facciano male, ma certamente la lettura di un buon libro fa meglio.

A questo punto vorrei ricordare la teoria di un sociologo americano, Ray Oldenburg, che ci spiega come noi trascorriamo la vita sostanzialmente in tre “luoghi”: il primo è quello domestico, che sempre più spesso si riduce a una tana dove dormire; il secondo è quello del lavoro, talvolta sorgente di alienazione e frustrazioni; il terzo è quello dei contesti dove le persone si incontrano per il piacere di stare assieme e scambiano idee. Beh, questo terzo luogo è forse ciò di cui abbiamo maggior bisogno oggi. Esso comprende i bar, i negozi di barbiere, i mercati, i centri sociali, ecc. Comprende cioè tutti gli spazi in cui ci incontriamo, recuperando la socialità che la nostra vita sovente ci nega, trascinandoci nel vortice degli impegni e delle scadenze.

Il “terzo luogo” per eccellenza, a mio parere, sono le biblioteche, quelle che organizzano attività di incontro, come quelle della nostra biblioteca cittadina. Oggi l’amministrazione comunale sta pensando di espanderla con un progetto che, per questo, è stato denominato “Terzo luogo” e che ha individuato nell’edificio dello scalo merci, accanto alla stazione cittadina, un nuovo e possibile ambiente.

Se il progetto venisse attuato, la città di Arezzo presenterebbe ai viaggiatori, che giungono alla stazione, un’immagine nuova e attrattiva, quella di un centro di cultura e incontro. Ovviamente la nostra città ne trarrebbe vantaggio.