Tu passerai per il camino

0
AUSCHWITZ-FORNI-CREAMATORI Proposta itinerario di 3 ore e mezza: viaggio guidato in Italiano presso il campo di concentramento di Auschwitz Birkenau.

Tu passerai per il camino: per molti questa frase sarà quasi priva di significato mentre per alcuni evocherà il contenuto di un libro il cui impatto emotivo può essere definito devastante.
Quando si pensa all’Olocausto spesso si rammenta il “Diario di Anna Frank” oppure testi più recenti come il “Bambino col pigiama a righe” o anche “La Ladra di Libri”.
Caratteristiche dei tre testi citati è quella di narrare la vita, se così possiamo definire il terrore di essere rastrellati ed il vedere perdere la propria famiglia e la propria quotidianità, di tre bambini/ragazzi nel pieno regime nazista. I campi di concentramento sono appena accennati, costituiscono un grande timore per i protagonisti, anche se il termine mi sembra poco adatto, ma non sono descritti, narrati o vissuti.
L’unico dei tre che approfondisce, sebbene limitatamente, cosa sia un lager è il bambino col pigiama a righe.
Ebbene se questo libro vi ha commossi, vi ha dato una sensazione di malessere, allora leggere anche solo qualche frase del libro “Tu passerai per il camino”: scoprirete qualcosa di fortemente destabilizzante.
Il titolo è evocativo poiché ripete la minaccia che quotidianamente i Kapò e le guardie naziste urlavano ai deportati presso il campo di concentramento di Mauthausen, ove i forni crematori erano giorno dopo giorno costantemente in funzione.
La narrazione del libro è viva, vibrante, capace di trasmettere tutte le sensazioni provate dai prigionieri.
Una narrazione che spesso porta il lettore a doversi interrompere per via della commozione e della necessità di metabolizzare quello che si è appena letto ed ogni singola parola è una mera trasposizione della realtà che è stata vissuta, una realtà che fa male, che colpisce direttamente allo stomaco.

Vincenzo Pappalettera, nato a Milano il 28 Novembre 1919 e deceduto a Cesano Maderno il 01 Dicembre 1998, era un giovane antifascista e partigiano quando, tra il 1940 -1945, venne deportato a Mauthausen.
Nel 1966 l’autore pubblica il libro che vincerà il premio Bancarella.
Il testo ha una struttura particolare perché parte dalla liberazione dal campo di concentramento e comincia a narrare tutto ciò che in quegli anni ha vissuto ed ha visto.
Narra il suo arrivo nella baracca numero 11, le dosi di cibo scarse, i lavori (spaccare e trasportare pietre e massi) sempre più duri, le malattie che colpiscono i prigionieri e la morte.
Morte che non avviene solo nei forni crematori ma che arriva in diverse modalità per la fame, per le epidemie soprattutto di tifo o perché i prigionieri preferiscono lanciarsi sulle reti elettriche piuttosto che continuare ad essere torturati, per le frustate e soprattutto durante i lavori forzati.
E’ impressionante il passaggio in cui l’autore narra la morte di un compagno che, ridotto ad un mucchietto d’ossa, viene costretto da un Kapò a trasportare un enorme masso per una discesa a vortice e finisce per essere ucciso dalla fatica, mentre gli altri sono costretti a guardare, inermi mentre i Kapò e le guardie ridono e sbeffeggiano il prigioniero.

Consiglio vivamente la lettura di questo libro, che molti hanno iniziato ma non sono riusciti a terminare. In ogni caso, grazie alla potenza delle emozioni che la scrittura trasmette, diventerà un libro impossibile da dimenticare.

I sopravvissuti all’Olocausto sono sempre di meno, le loro testimonianze purtroppo tendono ad essere dimenticate, per questa ragione siamo noi a dover ricordare.
Ringrazio mio padre che mi ha spinta, ovviamente avvertendomi, a leggere questo libro e spero che alcuni dei nostri lettori, vogliano fare altrettanto e chissà, un domani a consigliarlo.

Sara Astorino