Smart Working in Banca Intesa Sanpaolo – cosa c’è dietro la rottura della banca con i sindacati?

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Fabio Faltoni

Smart Working in Banca Intesa Sanpaolo – cosa c’è dietro la rottura della banca con i sindacati?

A metà dicembre, e dopo mesi di incontri, Banca Intesa Sanpaolo ha deciso di rompere coi sindacati e di comunicare ai propri dipendenti (circa 75mila in Italia, circa 650 nella nostra provincia) le sue nuove regole sullo Smart Working e sui nuovi orari di lavoro, ad es. la “settimana corta”. Il tutto, a decorrere dal 1° gennaio.

Una iniziativa della banca, quella di procedere senza un accordo sindacale, scorretta ed errata nel metodo e nel merito; un vero errore, possiamo dire, che avrà certamente ripercussioni.

Dire ai sindacati “prendere o lasciare”, dimostra la protervia di una banca che rigetta le articolate e complete proposte sindacali, rompendo un equilibrio – nei rapporti sindacali – che si stava consolidando.

Una banca, Intesa Sanpaolo, che si fa in quattro per mostrare all’opinione pubblica la sua grande attenzione a tutto, dall’ambiente, al global warming, al gender gap, all’economia circolare, all’inclusività, alla fluidità, alla natura, agli alberi da piantare nel corso del Piano industriale, ma che poi coi suoi dipendenti mostra l’altro suo volto, quello scuro.

E pensare che i miliardi di euro di utili che vengono distribuiti alle Fondazioni o ai Fondi di investimento, arrivano dal lavoro di tante persone che meriterebbero maggiore rispetto.

Con questa iniziativa unilaterale, sullo Smart Working e sui nuovi orari di lavoro, la banca discrimina tutti i lavoratori delle filiali che, di fatto, non vi avranno accesso, nemmeno i lavoratori “fragili” o chi ha figli piccoli o soffre di particolari patologie.

Per chi invece potrà avvalersene, si parla di accordi individuali da firmare, che lasciano ampia mano libera alla banca, nelle sue vare articolazioni gerarchiche.

Una nuova cornice di regole, quella targata Intesa Sanpaolo, discriminatoria e caotica, un vero e proprio attacco al Contratto Nazionale di Lavoro, in scadenza proprio in questi giorni.

La banca ha rifiutato ai lavoratori il riconoscimento pieno del buono pasto, che avrà un importo inferiore alla metà, nei giorni di lavoro a distanza, accaparrandosi così il cento per cento del risparmio che avrà dalla parziale chiusura dei grandi immobili direzionali. Risparmio della banca che si trasforma in maggiori costi (per le bollette, ad esempio) per i dipendenti che di fatto trasformano casa loro in un ufficio distaccato della propria azienda.

La banca ha poi volutamente evitato di parlare del diritto alla “disconnessione” dagli strumenti aziendali.

Insomma, discriminazioni fra uffici e filiali, fra uffici e uffici, fra colleghi e colleghi, mano libera alla banca nella concessione e nella revoca, risparmi enormi per la banca a fronte di aggravio dei costi per i lavoratori.

A tal proposito, non vorremmo venire a sapere di improprie pressioni sui lavoratori per spingerli a “richiedere volontariamente” il lavoro agile, nei giorni e alle condizioni imposte dalla banca, per l’esclusivo guadagno della banca, in termini di costi e di immagine.

Se il massimo vertice di Banca Intesa Sanpaolo avesse voluto con un solo gesto: rompere coi sindacati, creare discriminazioni tra lavoratori, creare caos, ribaltare sui dipendenti i suoi costi, se avesse voluto farlo, non ci sarebbe riuscito meglio di così.

Ma la FABI – Federazione Autonoma Bancari Italiani, non si fa certo intimorire e proseguirà la sua azione per denunciare le storture che stanno emergendo dalle nuove regole in materia di Smart Working e di nuovi orari di lavoro, nonché le ingiustizie perpetrate ai danni dei lavoratori.

Sbaglierebbe clamorosamente, chiunque pensasse di dare una spallata ai sindacati.

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