Rischiare la vita nelle brigate internazionali

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di Alessandro Artini

Il Presidente Zelensky ha invitato gli stranieri a combattere al suo fianco contro i russi, ma come si fa ad arruolarsi nella legione internazionale dell’Ucraina? Ho cercato la risposta in Internet.

Anzitutto occorre inviare una e-mail al Consolato ucraino di Milano, in via Ludovico Breme. Alcuni funzionari ne valuteranno il testo ed eventualmente convocheranno di persona gli interessati. Nel giorno del colloquio, questi ultimi saranno invitati a portare con sé un documento d’identità, un passaporto valido ed eventuali certificazioni comprovanti le pregresse esperienze militari. Poi, una volta ammessi a difendere il territorio dell’Ucraina, si raccomanda, per la partenza, di portarsi dietro l’abbigliamento militare, l’equipaggiamento, l’elmo, il giubbotto antiproiettile e altro ancora.

La rete riferisce che la vice ministra della Difesa ucraina, Hanna Maliar, ha affermato che gli stranieri in partenza per l’Ucraina sono già alcune migliaia. Sempre in Internet, raccolgo le dichiarazioni di un italiano, un campano, che afferma di partire per difendere i bambini ucraini.

L’attualità sembra replicare le vicende della guerra civile in Spagna del 1936, quando i volontari provenienti da molti paesi europei vi si recarono a combattere le truppe franchiste, sostenute da alcuni reparti dell’esercito regolare italiano e tedesco. Il bombardamento aereo della città basca di Guernica del 26 aprile 1937, immortalato dal celebre quadro di Picasso, avvenne proprio in occasione di quella guerra. Oggi, tuttavia, gli europei (fatto salvo alcuni gruppi minoritari, che forse affiancano i russi) sono tutti a favore della resistenza ucraina. E questa coesione europea pare una sorta di miracolo che avrebbe indotto Sant’Agostino a considerare come anche dal male assoluto possa discendere un bene universale: “Ex malo, bonum”. Ma non c’è tempo per celebrare questa inedita unità d’intenti europei, perché il crescendo degli eventi è tale da porre le premesse per un disastro ancora maggiore dell’attuale guerra, come osservano alcuni analisti di cose militari. Quindi, prima di trarre alcune lezioni dalla vicenda in atto, è opportuno attenderne il decorso, con la speranza che esso sia celere e non così nefasto. Il peso politico dell’Europa lo si misurerà al momento in cui gli eventi saranno giunti a compimento: solo quando il dì volgerà a termine, la nottola di Minerva, sul far della sera, spiccherà il volo.

Per il momento, mi limito a riflettere, in qualche misura commosso, sulla partenza di quegli uomini (forse anche di quelle donne) per l’Ucraina. Cosa avviene dentro di loro che li spinge a correre rischi mortali per un paese che, seppur appartenente all’Europa orientale, era fino a qualche tempo fa percepito dagli altri europei con relativa indifferenza? Riecheggia la domanda che molti si posero il primo settembre del ’39: “Che senso ha versare il proprio sangue per Danzica?”. La storia che oggi pare nuovamente muoversi e che in quell’anno aveva preso un forte abbrivio e già emetteva i rombi funesti degli aerei della Luftwaffe e dei panzer nazisti ha spiegato, poi, che ne sarebbe valsa la pena. Ma non è facile comprendere ciò che accade, nel momento in cui accade.

Dunque cosa spinge quegli uomini ad arruolarsi? Penso ci sia, al fondo del loro animo, quella miscela di cui ha parlato un paio di giorni fa Galli della Loggia: idee e valori. Forse si tratta di quel qualcosa che ciascuno di noi apprende, consapevolmente o meno, in famiglia, quando ancora si è bambini e permeabili come spugne agli insegnamenti dei genitori. Aggiungerei che occorre molta empatia, qualità affievolita dalla società dei consumi e dallo sguardo corto con cui scrutiamo gli occhi altrui. In un divertente film di Woody Allen, c’è una scena con un dialogo tra due personaggi, uno dei quali è un famoso regista. A un certo momento quest’ultimo si rende conto di stare parlando solo lui e allora, benevolmente ed educatamente, si interrompe e suggerisce: “Bene, ora parliamo di te. Che ne dici del mio ultimo film?”. Penso che quella battuta sia la cifra dell’empatia diffusa in una società ad alto tasso di narcisismo, come la nostra.

Ma perché idee e valori? Perché occorre avere la consapevolezza di quanto sta accadendo e cioè del fatto che, sotto alle macerie provocate dai bombardamenti russi, ci sono anche le nostre libertà e il nostro stile di vita. C’è, inoltre, lì sotto, il nostro diritto a scegliere il destino da perseguire. I valori, infine, indicano gli ideali di ciò che riteniamo giusto o ingiusto.

Credo, tuttavia, vi sia una terza componente, che spinge i volontari a partire per l’Ucraina e che ha a che fare con la miscela di cui ho parlato, ma, contestualmente, marca una differenza. Questo è quanto ho appreso, almeno credo, dalla vita di Lorenzo Orsetti (Orso), così come ce la racconta Zerocalcare in uno dei suoi docu-romanzi a fumetti. Come è noto, il fiorentino Orso è morto nella guerra che i curdi hanno vittoriosamente condotto contro l’ISIS (e che purtroppo è tutt’altro che spenta). Cosa lo ha spinto ad andare in Siria? Leggendo le testimonianze dei suoi amici, non è facile rispondere e tuttavia mi pare di intravedere in esse qualcosa di chiaro. Orso era riuscito a dare un senso alla sua vita (“Era meno tormentato. Era sereno”, “Aveva qualcosa di diverso da com’era a Firenze”, “Era come un fiore che si è schiuso”). Non importa, dal mio punto di vista, quali fossero gli ideali politici in cui credeva, ciò che conta è il fatto che la sua vita, con i Curdi, aveva assunto un valore e una sensatezza che spesso nella nostra società non riusciamo a trovare.

Qui mi interrompo, perché il discorso si farebbe troppo complicato…