Quando il carcere è una discarica sociale

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Il carcere di Sollicciano come vera e propria discarica sociale in cui per lo più sono reclusi detenuti completamente privi di qualsiasi risorsa economica e spesso per piccoli reati connessi a modiche quantità di droga. Persone che per la più parte dovrebbero star in comunità di recupero ma, privi di qualsiasi assistenza, sono letteralmente costretti a stare in carcere, con ciò aggravando il rischio di recidiva.

Questa l’analisi che proviene da Firenze e che prende forma per bocca dei volontari che lavorano all’interno delle mura carcerarie. Se si sentono le testimonianze di questi veri e propri angeli, le conclusioni sono le medesime.

Il carcere lungi dall’essere luogo di rieducazione sociale funzionale al reinserimento post poenam, è in realtà luogo di abbandono. Di storie dimenticate, dove anche il rendere omaggio a un padre morente diventa impossibile, come recentemente accaduto a un detenuto che è stato vittima di un vero e proprio ostruzionismo burocratico del tutto incomprensibile eppure molto più frequente di quello che si può pensare.

Il tutto nel silenzio delle istituzioni che troppe volte girano colpevolmente la testa dall’altra parte, o si rifugiano nella semplicistica riduzione del problema agli spazi carcerari.

Il problema degli spazi, senza dubbio, ristretti per una popolazione carceraria eccessiva rispetto alle possibiltà di contenimento, esiste, ma pensare di ridurre il tema carceri a questo è quantomeno fuorviante. Non è solo la promiscuità a generare i suicidi, le autolesioni, le aggressioni ecc. E’ il modo stesso di concepire la detenzione che si trova alla radice del disagio esistenziale che purtroppo diviene connaturato alla dimensione del condannato. E proprio per questo è il modo di concepire la detenzione che oggi deve cambiare radicalmente. La funzione special preventiva non può essere assolta se non subordinata – come costituzione vuole – alla funzione rieducativa.

Una donna con il suo bambino nell’istituto di custodia attenuata per detenute madri a Milano in una foto d’archivio.
ANSA / MATTEO BAZZI

Se al detenuto togli la speranza di riscatto sociale, accompagnata da azioni concrete volte ad aiutarlo a raggiungere tale riscatto, che cosa rimane? Una persona in gabbia ancor più rabbiosa e propensa al crimine.

Ora, rieducare una persona che “ha sbagliato” non è cosa semplice o che si può risolvere solo attraverso il personale volontario che per quanto meritevole non può né deve servire da alibi a istituzioni assenti. Occorre una strategia di lungo respiro che veda coinvolte le istituzioni nel tentativo di offrire un supporto costante attraverso personale qualificato e professionalmente attrezzato. MA questo sovente non avviene. Già a Settembre l’Associazione Antigone e l’Associazione Progetto Firenze avevano denunciato le gravi carenze di personale nella struttura di Sollicciano. Mediatori culturali insufficienti (con una popolazione carceraria straniera di circa il 70% dei detenuti), personale sanitario sotto-organico e spesso con contratti precari, educatori insufficienti per il numero di detenuti.

La pandemia ha solo acuito problemi strutturali che già esistevano da tempo e li ha resi macroscopici non più trascurabili da parte della pubblica autorità. Eppure, innanzi all’esplodere violento delle rivolte – che peraltro stanno ricominciando – si è deciso di adottare provvedimenti tampone, rinunciando però a una valutazione complessiva dell’esecuzione pena che potesse andar oltre l’emergenza Covid. Perciò, anche con riferimento a questa, assistiamo sempre a iniziative spot del tutto insufficienti a far fronte realmente all’emergenza. Come si diceva molti dei detenuti di Sollicciano sono stranieri che spesso nemmeno comprendono la lingua italiana. E mancano gli interpreti. O Sono troppo pochi e concentrati per specifiche etnie a discapito delle altre. Come è possibile rieducare se non c’è canale di comunicazione? Come è possibile effettuare attività di recupero se non si parla la stessa lingua, se non ci si capisce? Domande banali che dentro il carcere diventano pietre tombali su ogni speranza di riscatto e di rinascita.

Alla situazione drammatica che costituisce il background del carcere di Sollicciano e che ho tentato sopra brevemente di tratteggiare, si aggiungono episodi di violenza che non possono che essere figli di questa totale degenerazione. Dove il concetto di dignità umana lungi dall’essere un obbligo morale prima e costituzionale poi, è invece rimesso alle singole persone che vi operano. Ed ecco che non stupisce che quando si subordina il rispetto della dignità umana alla singola persona, poi ci si trovi innanzi a episodi di violenza in cui detenuti e polizia penitenziaria si trovano quasi avvinti in una spirale molto pericolsa.

Ed ecco, le presunte torture ai danni dei detenuti per opera di agenti di polizia penitenziaria che infangano la divisa, o, di converso, la violenza dei detenuti contro la polizia penitenziaria fino ad episodi di violenza fra detenuti. Ciò non costituisce una scusante per nessuno e nelle specifiche vicende la magistratura agirà come è doveroso che sia. Rileggere le testimonianze dei detenuti picchiati da agenti e funzionari fa venire i brividi e richiamano alla mente episodi purtroppo molto noti alle cronache giudiziarie. Segno tuttavia che, nonostante su alcuni di quei casi ci si stia avviando a far luce, certi comportamenti non sono certo terminati.

Avere il quadro chiaro di quella che è la “normalità” nel mondo carcerario, serve a contestualizzare i singoli episodi. A renderli intelligibili a chi voglia dedicare un minimo di attenzione, quali prodotto di un clima sostanzialmente dantesco in cui davvero difficile risulta pensare che tutto sia giusto e corretto.

Una specie di inferno che mal si accosta a una visone democratica dello stato di diritto che come ripetuto più volte non può arrestarsi sulle soglie degli istituti di pena. Dobbiamo fare uno sforzo perché la Costituzione entri in carcere e venga rispettata anche in carcere.

Il pieno diritto alla dignità umana non conosce l’eccezione del detenuto. Non ci si può abbandonare all’idea del detenuto come “animale da macello”. Bisogna intervenire e bisogna farlo subito. Il grido di aiuto che proviene dal carcere dovrebbe essere una spina nella coscienza di chiunque ami fregiarsi dell’epiteto “liberale”.

Purtroppo, ad oggi, non è così. E per questo, intendiamo attivarci affinchè di questi temi si parli, si faccia corretta informazione anche innanzi a un’opinione pubblica spesso scettica quando non proprio ostile al tema. Perché riteniamo che diffondere la verità su queste cose, accendere un faro su una situazione trascurata e messa in un angolo della coscienza civile collettiva, serva a ciascuno di noi, per ricordarci che se è vero che anche le carceri sono parte della Repubblica (come ha detto la ministra Cartabia) è compito della Repubblica adottare tutti gli strumenti necessari per superare queste situazioni di endemica e perenne emergenza umana.

Kishore Bombaci (Buona Destra Toscana)