Premio Pieve Saverio Tutino, i finalisti

0

L’Archivio Diaristico Nazionale annuncia le otto opere selezionate dalla Commissione di lettura finaliste al Premio Pieve Saverio Tutino 2022.
La 38a edizione del Premio si svolgerà a Pieve Santo Stefano dal 15 al 18 settembre attorno al tema Cercatori di pace, spazio di riflessione attraverso le storie di quanti continuano a raccontare il
ripudio della guerra e la ricerca degli ideali di pace condividendo la propria esperienza sulla pagina scritta.
Storie di persone comuni al centro di incontri, dibattiti, spettacoli, dei Premi Tutino Giornalista e Città del diario, sicuramente del concorso DiMMi dedicato alle scritture migranti che quest’anno festeggia la sua decima edizione.
Il programma del Premio Pieve 2022 sarà annunciato nel mese di agosto, anticipiamo gli otto diari finalisti tra i quali domenica 18 settembre sarà nominato il vincitore.
Il giovane militare Eugenio Brilli, classe 1892, intellettuale brillante e convinto repubblicano, scrive all’indomani del coinvolgimento italiano nella Grande guerra. È di stanza a Civitavecchia nel 1914
quando viene arrestato quale autore di un articolo apparso su La voce repubblicana in cui denuncia le condizioni della vita militare che portano un commilitone al suicidio. Dopo dieci mesi di detenzione in Puglia Eugenio parte per il fronte del Carso, persuaso di dover difendere la patria in pericolo, i deboli, gli oppressi, il principio umano di solidarietà, di combattere La guerra giusta. Sarà inevitabile scoprire la violenza della trincea così come la necessità di rivedere i propri cari. I suoi ultimi pensieri,
la sua disperazione, sono raccolti nel diario che scriverà fino al giorno prima di morire, vittima di un bombardamento.
Addio patria matrigna è la memoria di Ado Clocchiatti nato a Udine nel 1883 in una famiglia di conciapelli che nonostante la “distinzione con cui ottiene la licenza elementare dovrà abbandonare gli studi per aiutare la famiglia. Ado scrive la sua memoria nel 1916, poco prima della chiamata alle armi per difendere la stessa “maledetta patria” che lo ha costretto, a soli 10 anni, a una vita di migrazioni, povertà, lavori durissimi in condizioni al limite della sopravvivenza, e che gli sta chiedendo
di combattere il “nemico” dal quale ha dovuto elemosinare il lavoro per sopravvivere. Ado ha lavorato in Baviera, Austria, Slovenia e Italia. Arruolato il 27 luglio 1916, muore di febbre spagnola a Legnano il 7 ottobre 1918.
Due giovani 22 e 24 anni che si conoscono durante una vacanzastudio in Serbia nel 1976 danno vita a un fitto epistolario, in concorso al Premio con il titolo Hola preciosa, ciao piccolo, per colmare la distanza che li separerà. Quando si conoscono all’Università di Niš Luisa Pistollato e Ramiro De La LLana sono due studenti di medicina, diventeranno lei neurologa, lui cardiochirurgo. La loro relazione durerà fino al 1979 quando “naturalmente” si esaurisce. Su un filo che collega la Madrid di Ramiro alle diverse città e cittadine del Veneto in cui Luisa ha vissuto, il loro affettuoso rapporto epistolare vive e si alimenta tutt’ora. A 80 anni Enrica De Palma inizia a scrivere una vivace autobiografia a partire dagli anni felici dell’infanzia in Puglia fino all’ingresso nel mondo del lavoro come Ispettore generale dell’Archivio di Stato di Roma, ricostruisce i ricordi per lasciare ai nipoti Le cose che non ci sono più. Nata a Bari nel 1928, Enrica vive la Seconda guerra mondiale a Torino e poi a Firenze, dove frequenta il liceo con Oriana Fallaci, assiste alla Liberazione della città, si laurea con Gaetano Salvemini; a Napoli studia Storia moderna con Frédéric Chabod, frequenta Renzo De Felice e Piero Melograni, si sposa con un brillante avvocato. Le pagine sugli anni romani consegnano un affresco della società dell’epoca attraverso il racconto dei pregiudizi nei confronti di una donna determinata e affermata nel suo lavoro, del processo irrefrenabile della globalizzazione, della brutalità politica degli anni 70.
A bordo della Guersa e della Matta una Fiat 1400 cabriolet e una Alfa Romeo AR 51 verso Zagabria, Sofia, Istanbul, Smirne, Beirut, Ankara, Palmira per la spedizione Alexander ’69, ovvero il viaggio di otto amici alla scoperta di luoghi archeologici unici al mondo. Le note di viaggio sono affidate alla penna del Bobaccia che giorno per giorno riporta descrizioni, aneddoti, impressioni, con spirito goliardico e una buona dose di inventiva nel presentare stesso e i suoi sette sodali Biscotto, Cicala, Coche, Harris, Klemer, Nibale, Supermarina; soprattutto il diario è lo specchio delle condizioni socio economiche di quei territori a fine anni ’60, a due anni dalla guerra dei Sei giorni.
Al piccolo Vincenzo Iacieri sta stretto il piccolo paese in provincia di Campobasso in cui nasce nel 1929, così ben presto si sottrae all’autorità materna e cerca la sua opportunità nel mondo.
Giovanissimo è a Genova, in Francia da clandestino, poi a Rio de Janeiro, in Messico, a New York. Stringe facilmente amicizie, impara presto qualsiasi lavoro ed è determinato “a farsi una posizione”. Lavora anche a bordo della nave Andrea Doria, poi studia per diventare disegnatore tecnico meccanico, si sposa, crea la sua azienda industriale metalmeccanica assieme alla propria famiglia, finisce per scontrarsi con i sindacati, le banche, la politica. Senza uso di punteggiatura, con lucidità e un coraggio sfacciato, Vincenzo si racconta nella memoria La forza di andare avanti, che è un flusso di coscienza in grado di far riflettere sui diritti delle classi meno agiate, sulla capacità di non arrendersi
e di saper scegliere la propria strada a dispetto delle avversità.
È un’avversità tutta diversa e particolarmente toccante quella narrata da Anna Mazzoli ne La voce del dolore diario/memoria 20022004, resoconto giornaliero della malattia dell’autrice, testo che accoglie i sentimenti, il dolore, l’ansia di quel periodo, nel quale però emerge la speranza di recuperare la luce, come poi è stato. L’autrice nata a Montepulciano nel 1945 in una antica e
prestigiosa azienda agraria racconta di aver scritto esprimendo ciò che provava: Scrivere è stato per me un aiuto grande per esorcizzare e vincere momenti in cui il buio sembrava prevalere ogni giorno la quotidianità è il filo che lega i tanti giorni ed insieme le riflessioni sul dolore e sull’attaccamento alla vita e sull’amore che vince anche la sofferenza.
Il 27 luglio 1943 Egizia Migliosi festeggia il suo diciottesimo compleanno. Un’amica le ha regalato un quadernetto, Egizia lo trasforma nel suo diario, il giornalino in cui per quattro anni, fino al 1947, annota le gioie e i dolori di una ragazza del XX secolo. L’età raggiunta racconta la quotidianità e le gite in tempo di guerra, Firenze, gli errori giovanili commessi, i primi amori, la voglia di conquista così contrastante con la moralità dell’epoca. Vissuta sempre a Firenze, Egizia si diploma in Ragioneria e
inizia subito a lavorare presso gli uffici amministrativi dell’Università di Firenze fino al pensionamento. Ideato e organizzato dall’Archivio dei diari, il Premio Pieve è sostenuto da numerose istituzioni tra cui Regione Toscana, Banca di Anghiari e Stia, Camera di Commercio di Arezzo e Siena, Rai Toscana,
Rai Radio3.