Maxi sequestro agli ex amministratori di BE: quasi la metà ad Alberto Rigotti

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AREZZO BANCA ETRURIA SEDE STORICA

Maxi sequestro di 80 immobili, tra ville, case, uffici, terreni, a 16 imputati per il crac di Banca Etruria, a cui il commissario liquidatore chiede danni per oltre 44 milioni di euro.

Tra gli ex consiglieri di amministrazione della banca toscana messa in risoluzione nel 2015 c’è il finanziere trentino Alberto Rigotti che è stato nel cda dell’istituto dai primi anni duemila al 2009. Con 21 milioni, il manager trentino è in testa tra i destinatari delle richieste danni del commissario liquidatore. Il sequestro mira proprio a garantire le parti civili per i risarcimenti, ma anche a impedire azioni di depauperamento del patrimonio eventualmente messe in atto dagli imputati. Le società del finanziere trentino, molte delle quali insediate nel paradiso fiscale lussemburghese e oggi fallite, sono state sostenute da Banca Etruria per oltre 20 milioni.

I finanziamenti non sarebbero estranei al voto in cda che Rigotti espresse nel maggio 2009. Era il 23 maggio 2009 quando il CDA di Banca Etruria decise di silurare Elio Faralli in favore del suo vice Giuseppe Fornasari.

Comincia quel giorno il tentativo di correre ai ripari dopo gli investimenti spericolati del primo decennio di questo secolo, ma in realtà comincia anche la lunga catena di errori, arrampicate sugli specchi, nomine sbagliate e carriere fulminanti, di chi aspettava solo di mettere le mani nella marmellata. Operazioni con cui si è probabilmente cercato, inutilmente – compresa la chiamata nel CDA di un ingenuo Pierluigi Boschi – di salvare il salvabile e dopo che soltanto l’anno precedente era esplosa (2008) la piu’ grande crisi finanziaria globale della storia moderna.

Errori si, ma anche opacità e interessi personali: 13 amministratori e 5 sindaci, avevano interessi in 198 posizioni di fido, per un importo totale di circa 185 milioni. Oggi sono tutti, o già condannati in primo grado o rinviati a giudizio.

In quel famoso CDA del 2009, in cui si arrivò al redde rationem con il vecchio presidente, alla conta i voti erano 7 contro 7, mancava il 15mo quello di Alberto Rigotti. Ma il finanziere (che tra l’altro era già sotto processo per il fallimento di una catena di giornali), per statuto non poteva votare, essendo sforato pesantemente negli affidamenti goduti presso Banca Etruria. Miracolosamente e in poche ore, attraverso una serie di bonifici di cui non è mai stata chiarita la provenienza e men che meno attraverso quali garanzie e prestate da chi, la posizione di Rigotti fu “provvisoriamente” sanata. Bruscolini da qualche milione di euro per la cronaca. Nel 2009, subito dopo il voto, il finanziere uscì dal consiglio di Banca Etruria.

Moltissimi avanzavano seri dubbi sulla trasparenza della operazione, che se impugnata con un po’ di coraggio, avrebbe permesso a Bankitalia (che pare ne fosse assolutamente consapevole) di entrare immediatamente con entrambi i piedi nella gestione di BE senza attendere la dichiarazione di dissesto (era ancora ministro dell’economia Giulio Tremonti), le norme sul bail in, il coinvolgimento dei truffati nelle obbligazioni subordinate e i due aumenti di capitale in cui sono andati dispersi quasi duecento milioni di euro. Per cercare di restare in piedi banca Etruria coinvolse infatti anche gli azionisti, con un aumento di capitale tra il 2012 e 2013 per complessivi 110 milioni di euro e nel 2013 (governo Monti era ministro dell’economia la Fornero e allo sviluppo economico Corrado Passera) emise un aumento di capitale da 60 milioni di euro sottoscritto per il 97% da parte degli investitori retail, quando ormai, però, la situazione, scrive il commissario, “era irrimediabile”.

Il tribunale adesso dovrà fare chiarezza sui finanziamenti ricevuti da Hevea, immobiliare del gruppo Rigotti, che seppe ben spendere il bonis che era servito a far pendere la bilancia nel CDA della banca e che ha contribuito alla fine, ad accrescere le sofferenze di 16 milioni di euro.

Oltre a Rigotti, il sequestro conservativo colpisce beni appartenenti ai patrimoni di altri 15 imputati, tra cui l’ex presidente di Banca Etruria Lorenzo Rosi e l’ex vicepresidente Giorgio Guerrini.

Anche tra gli accusati di bancarotta fraudolenta – alcuni già condannati con rito abbreviato e in attesa del giudizio si secondo grado – altri che vedono adesso aprirsi il processo, le posizioni sono diverse.

A Fornasari e Bronchi sono stati contestati gran parte dei finanziamenti concessi e non rientrati (quelli che avrebbero creato il dissesto della banca aretina), a Guerrini i finanziamenti relativi allo Yacht Etruria e alla High Facing che ne realizzò i pannelli fotovoltaici, vicenda per la quale indaga anche la procura romana di Civitavecchia, Inghirami risponde della High Facing e dell’outlet pescarese di Castel Sant’Angelo, che è anche l’unico capo di imputazione di Lorenzo Rosi.

A Federici è stato contestato il caso Sacci cementerie, a Rigotti i crediti Hevea e Pegasus.

Il filone di inchiesta per bancarotta fraudolenta riguarda proprio i finanziamenti concessi dalla banca è mai rientrati che avrebbero minato il bilancio dell’istituto bancario fino a farlo fallire.

Il sequestro è stato deciso dal tribunale penale presieduto dal giudice Fruganti, dicendo sì a un’istanza del commissario liquidatore dell’ex Etruria, a suo tempo nominato dalla Banca d’Italia, Giuseppe Santoni. Santoni ha quantificato i danni da richiedere agli ex consiglieri e revisori della banca sulla base di quanto Etruria ha perso con le delibere di finanziamento che vengono contestate nell’ipotesi di bancarotta semplice o bancarotta fraudolenta.

Il sequestro conservativo è una forma di blocco patrimoniale a garanzia dei risarcimenti che dovessero essere decisi, in caso di condanna, a favore delle parti civili. Il valore complessivo degli immobili sequestrati ammonta ad alcune decine di milioni di euro. Gli imputati sono stati comunque nominati custodi dei beni sequestrati, potranno cioè continuare a disporne e, in alcuni casi, a viverci anche se non possono venderli. In ogni caso, pregiati casali di campagna, appartamenti in palazzi di città e terreni ad alto valore agricolo e paesaggistico situati soprattutto in Toscana ma anche a Milano, in Valtellina, in Calabria, a Roma, in Umbria, restano congelati.