Lirismi sdolcinati e fasulli per le decorazioni, silenzio e dolore per le altre tombe.

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No, tutti i morti siano onorati.

…da precedente  Altre criticità sulla resistenza.

Ci sono categorie assai diverse di morti in quei lugubri mesi del ’44 e ’45:

  • gli eroi veri, totali
  • gli eroi politici
  • i ricordati con un rigo
  • quelli ammucchiati in una lista
  • quelli citati come somma, al kilo
  • i dimenticati
  • quelli “sfruttati” o “traditi”.

Occorre far giustizia a tutti loro.

Ad esempio, Curina elenca fra i morti in Anghiari per cause di guerra durante e dopo il passaggio del fronte Italo T. per mitragliamento il 31-7-1944: sembra davvero una morte senza clamore a parte la data. Però Giuseppe Bartolomei in “I sentieri della guerra” la dice un pò diversa: ad Anghiari il 25 giugno 1944 un bambino di quattro anni, Italo T., fu ucciso con una raffica di colpi da soldati tedeschi a bordo di un’autoblinda. Non è un episodio “comune”, sempre che una morte lo possa essere: questa è una di quelle mostruosità che dobbiamo imprimerci in mente. Il tiro al bambino? Io posso solo ringraziare chi si è messo in gioco per cacciare questi infami crucchi.

Come non dimenticare quel Marcello B., citto di 14 anni, che fu colpito a morte a Talla dai fascisti che fucilavano il 18enne Licio Nencetti, un plotone della g.n.r., comandato dal fascista Mario Sorrentino di Arezzo. Essere nel posto e momento sbagliato poteva davvero essere fatale, perchè i fascisti sparavano nel mucchio. Ricordò Gradassi che, in occasione di uno dei tanti blitz del Nencetti, un vero demonio e incubo pei fasci, il famigerato torturatore maresciallo della g.n.r. Abbatecola in preda al panico lasciò partire una sventagliata col suo mitra colpendo a morte, alle spalle, l’allievo ufficiale della g.n.r. Zuccaro, di 17 anni, figlio del Commissario straordinario del fascio. Gradassi segnala come anche la motivazione del Nencetti sia inquinata da una ricostruzione errata; verità romanzate o ignorate che inquinano il buon nome della resistenza.

Silenzio sui militari che si dettero alla macchia andando coi resistenti (la strage di Cefalonia fu epurata per mezzo secolo, ci volle Ciampi per ricordarla).

Indifferenti su altri eccidi locali che non vedevano vittime partigiane, ad esempio per celebrare i 15 morti del Mulinaccio (compreso un 16enne) ce n’è voluto. Come i fucilati di Meliciano (fra cui un 12enne), uccisi per una bomba piazzata sulla rotabile eppur muti sul fatto in realtà dovuto ad incursori inglesi presenti in zona. La colpa non è certo loro né dei partigiani né degli alleati che erano in guerra per conto nostro: la colpa è nazista e i 7 fucilati meritano un ricordo affettuoso.

Come gli aretini morti sotto le bombe alleate.

Cazzo, un morto è un morto! Tutti i civili morti dovrebbero essere onorati.

In guerra, la verità è la prima vittima. Definizione che si fa risalire fino ad Eschilo, ma che passando per Russell (il primo corrispondente di guerra, colle sue cronache della guerra di Crimea evidenziò impreparazione e superficialità degli alti comandi britannici) ha trovato in Knightley un puntuale resoconto di come la verità finisca per essere massacrata in guerra. Droandi segnala nei suoi libri che Curina ha sorprendenti amnesie. Mentre altri episodi a vantaggio dell’immagine resistenziale sono riportati più d’una volta, partigiani al quadrato o al cubo.

Ammettere l’impreparazione militare, la leggerezza nelle operazioni condotte, nella selezione o addestramento dei resistenti non ne sminuisce neanche un po’ il significato o l’importanza. Anzi, può rasserenare gli animi e dare nuovo lustro alla lotta di liberazione. Che vedeva dall’altra parte anche tanti giovani che avevano subito il lavaggio del cervello per 20 anni. Conta più come ti sei comportato che non esser finito dal lato vincente della scelta. Perchè basta vedere come andò a finire colle epurazioni, tanti ex fascisti al vertice di industrie ed istituzioni nel dopoguerra.

Io ho conosciuto altri che come me votavano MSI nell’Italia repubblicana. Ma che nel ’44 erano dalla parte che ci ha portato al futuro. Erano anticomunisti, ma non fascisti.

E’ tardi, ma certo doveroso emendare gli errori fatti in passato per dare spessore alla lotta di liberazione. Altrimenti fra 20 anni nessuno la celebrerà e con essa le vittime della folle guerra. E basta inni. Su wikipedia si legge che la stessa ANPI riconosce che Bella ciao divenne inno ufficiale della Resistenza soltanto vent’anni dopo la fine della guerra e che: “È diventato un inno soltanto quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi”. La retorica deve andare in soffitta.

Oltre al Curina, ai citati Chianini e Alberto Droandi (ricordi e ricerche storiche), e ai segnalati ci sono libri spesso incentrati su aree piccole come il Martinelli dei “giorni della Chiassa”, Brezzi su Poppi e tanti altri che trovate -con estratti- nel sito sulla memoria della Provincia.