Le statue di San Casciano ed il potere delle antiche madri. Tutto cambia, nulla cambia

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Alcune settimane fa è iniziato il ritrovamento, la notizia è diventata di pubblico dominio ad inizio novembre, di una notevole quantità di reperti archeologici che si possono datare intorno a 2.100 anni fa (primo secolo avanti Cristo) in una vasca di acque termali di San Casciano dei Bagni nel senese, a pochi km da Arezzo.
Le prime immagini mostrano numerose e belle opere in bronzo, alcune di lunghezza poco inferiore al metro di lunghezza, sino ad oggi 24 pezzi e migliaia di monete anche in oro ed anche etrusche.
Guardando il filmato distribuito si vede un operaio che pulisce una di queste statue mentre è ancora parzialmente coperta dal fango termale: pensare ad essere il primo a riprendere in mano un manufatto -assolutamente superbo e quindi opera di un grande artigiano o forse artista- oltre 2000 anni dall’ultima volta in cui qualcuno lo ha tenuto fra le proprie mani.
Chiedendosi magari se chi lo ha realizzato o maneggiato è tuo antenato perché certo noi italiani del 21º secolo dopo Cristo con qualche antenato ce l’abbiamo, magari il nostro ceppo non si è mai allontanato dalle sue radici.
Ma mi è anche tornato in mente un libro del 1995, il “il potere delle antiche madri”. Il libro pone l’attenzione sulle figure divine potenti, nascoste fin dai primordi del neolitico in una sorgente d’acqua terapeutica, in uno stagno, in una selva, in una forra (buca delle fate), in una pianta (divinità degli alberi e dei boschi). Dall’offerta di una selce, di pochi chicchi di frumento, del giglio dei campi, di burro, grasso, latte e di olio, fino ai manufatti riproducenti (in cotto e in metallo) le parti anatomiche da proteggere, di monete di ogni epoca, la devozione popolare esprime la continuità sacrale del luogo. Segni di una ben strutturata rete di protezione che da alcuni millenni, fino a oggi, hanno assolto ai bisogni simbolici e materiali delle genti rurali e urbane, rassicurando la fertilità della terra e la fecondità della donna.
Lo aveva scritto Vittorio Dini, mio zio. Defunto e compianto da tanti, era uno studioso, già docente di Sociologia dei Processi Culturali, Cognitivi e Normativi presso l’Università di Siena. Cuore de l’Istituto Interregionale di Studi e Ricerche della Civiltà Appenninica e l’Archivio dei Vissuti e dei Saperi della Val Tiberina Toscana e non solo.
Ci si sarebbe fiondato…
Ma il succo è che nulla è cambiato, come si fa a non immaginare questi oggetti quali dono alla divinità che faceva sgorgare un’acqua calda (con il conforto del riscaldamento invernale) e curativa; sicuramente portava anche ricchezza alla alla comunità. Ex voto per grazia ricevuta, monete quasi in forma di pagamento e magari come facciamo ancora oggi nella fontana di Trevi per richiedere buona fortuna.
Spettacolare ed odierno.

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