La “ragion pura” non basta per addentrarsi nei meandri dell’animo umano

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di Alessandro Artini

Intervengo nuovamente a proposito delle motivazioni che oppongono i no vax ai sì vax e della necessità di dialogare, senza censurare le posizioni dei primi. Ho affermato, in altri articoli, che dovrebbe svilupparsi un pubblico dibattito e che il servizio della RAI dovrebbe proprio distinguersi per la correttezza delle informazioni.

Se analizzassimo i dati statistici (quelli sulla copertura vaccinale dal contagio, quelli sulle controindicazioni, ecc.), dovremmo sostenere senza dubbio le tesi dei sì vax, ma quei dati riguardano solo parzialmente la querelle in atto. Vi sono almeno altri tre campi coinvolti dalla questione: quello giuridico, quello psicologico e quello sociopolitico.

Su un piano giuridico, non tutti sono d’accordo nel ritenere che vi sia piena legittimità costituzionale degli atti governativi circa il green pass e l’obbligo vaccinale, nonostante il parere di alcuni insigni giuristi (Cassese, Flick, ecc.), che invece non riscontrano elementi di incostituzionalità. Come è noto, nel corso di un processo, dovrebbe essere posta la questione della legittimità di una legge e il giudice dovrebbe interpellare, in via incidentale, la Corte Costituzionale. Quest’ultima, infine, dovrebbe pronunciarsi. La scienza giuridica, per il momento, non pare essere così certa come quella statistica. Se ammettessimo che il dialogo tra posizioni contrastanti pone come premessa il reciproco riconoscimento delle diverse soggettività dialoganti, forse qui ci sarebbe un terreno di confronto che i numeri non paiono ammettere.

Anche su un piano psicologico, alcuni si interrogano meravigliati su come sia possibile che, nonostante i dati statistici favorevoli ai vaccini, permangano posizioni di netta ostilità verso gli stessi. Possiamo spiegare questa resistenza, registrando una cultura antiscientifica, particolarmente diffusa in Italia. Tuttavia, possiamo anche considerare il fatto che raramente le nostre scelte siano informate da puri criteri di razionalità. Suggerisco di dare un’occhiata all’ultima opera di Daniel Kahneman, Olivier Sibony e Cass Sunstein, i quali indagano sul ruolo dei pregiudizi, cioè del rumore, che inevitabilmente interviene laddove c’è da prendere una decisione, o esprimere un giudizio oppure formulare una previsione. Si pensa forse che una elencazione di dati statistici porti necessariamente a optare per i vaccini? Si pensa forse che negare completamente il valore delle posizioni dei no vax e perfino la loro soggettività nel dialogo, tacitandoli, li induca all’acquisizione di una mentalità più razionale?

Anche in questo caso, il rumore che offusca le nostre scelte può essere debellato solo mediante un dibattito pubblico, che ne evidenzi le ragioni. Ma, senza un tale dibattito, i pregiudizi persistono.

Voglio, infine, far presente un’ultima ragione a favore del riconoscimento di posizioni apparentemente irragionevoli. La mia è un considerazione di natura sociopolitica. Ho la sensazione che molti no vax italiani, se vivessero negli Stati Uniti, voterebbero Donald Trump. Per ciò che ho capito, dietro alle elezioni vittoriose di quest’ultimo, c’è stata una profonda rivolta che, paradossalmente, si è opposta proprio a quello schieramento democratico che, sulla carta, avrebbe dovuto difendere la parte più fragile della popolazione. Trump ha interpretato, pericolosamente, il mondo degli ultimi delle immense periferie americane, i quali si sdegnavano di ascoltare politici che avevano ragione, ma che poi di quella ragione si facevano un baffo. Era meglio, per quella parte di popolazione, stare dalla parte di chi ha torto, che avrebbe garantito loro almeno un’identità riconoscibile. Talvolta la perdita d’identità è peggiore della perdita di un lavoro. Vogliamo fare di qualche milione di persone no vax italiani un’orda di emerginati in attesa di un Trump?

Certamente i dati statistici mostrano che, nel bilanciamento dei vantaggi e degli svantaggi, i primi superano di gran lunga i secondi. Penso, tuttavia, che gli strumenti statistici, cioè i modi di ragionamento di quella scienza e le sue dimostrazioni non possano essere adattati a qualsivoglia ambito. Un conto è se l’oggetto della ricerca sono dati attinenti alla vendita di un prodotto, ma è ben altro se si parla, ad esempio, di malattie. Queste ultime, a mio parere, per essere oggetto di attenzione statistica, richiederebbero alcune valutazioni mediche di natura qualitativa. Una malattia, ad esempio, può essere più o meno contagiosa, più o meno pericolosa. Occorre cioè fare delle scelte, preliminari a qualsiasi ricerca, che ponderino le variabili. In altri termini, non sono sicuro che il puro ragionamento statistico possa funzionare, indipendentemente dall’oggetto stesso della ricerca. Suggerirei, dunque, di manovrare i numeri con prudenza.

La statistica risponde a quello che il matematico Pascal definiva come “esprit géométrique”, sviluppando una conoscenza analitica di tipo razionale e scientifico. Per conoscere l’uomo e i moti della sua anima, tuttavia, occorre l’“esprit de finesse” e cioè un’intuizione più profonda di natura, sintetica.