Il segreto del successo è la sincerità. Se riesci a fingerla ce l’hai fatta. (Groucho Marx)

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di Alessandro Artini

Mentre Marx (Karl) riteneva che la politica non fosse altro che una conseguenza dell’economia, secondo Francis Fukuyama, oggi, essa è determinata da quella che Platone definiva come la terza parte dell’anima, distinguendola dalle altre due e cioè, rispettivamente, da quella razionale, finalizzata alla conoscenza, e da quella concupiscibile, governata dal desiderio e indissolubilmente legata al corpo. La terza parte è quella governata dal thymos, termine che, in greco, possiede una notevole ricchezza semantica e che indica il posto dell’ira e dell’orgoglio (“Thymos is the seat of both anger and pride…”).  Per questo, quando l’identità di un gruppo sociale o di una nazione non viene riconosciuta o, peggio ancora, è disprezzata, il sentimento che si prova è quello di un profondo risentimento, dal quale nascono inevitabilmente le tensioni sociali. Nel nostro caso, l’offesa alla parte timocratica dell’anima ha prodotto addirittura una guerra, dacché Putin, dopo l’implosione dell’“impero sovietico”, mal tollerava il fatto che la Russia venisse considerata come una potenza regionale, non più capace di avere un ruolo da protagonista nella scena mondiale. Per questo, egli sembra coltivare, in forma agiografica, il mito della mir Russia, cioè delle comunità agrarie diffuse nel mondo medievale. Una sorta di deep State il quale, diversamente da quello americano, che avrebbe cospirato contro Trump per favorire i brogli elettorali, in Russia ne promuoverebbe una visione bucolica e romantica. Una sorta di comunità originaria che attraverserebbe tutte le Russie, che in passato anche l’oligarchia sovietica avrebbe coltivato nella versione comunista, cui si dovrebbe tornare in vista di un disegno egemonico. E cancellare l’Ucraina come stato indipendente.

Così Putin soggiace all’anima timocratica e le sue scelte sono ispirate da una sorta di megalothymia, finalizzata a restituire all’identità russa una superiorità, che, per essere tale, dovrebbe essere riconosciuta dal consesso internazionale di tutte le altre nazioni. Per questo sono pessimista rispetto alle trattative, che da parte occidentale sono informate da criteri di razionalità, i quali per natura sono diversi da quelli dell’orgoglio e dell’ira che, invece, improntano la questione. Per Putin è una questione di onore.

Purtroppo, noi italiani conosciamo il senso dell’onore soprattutto nei suoi versanti negativi. In tempi recenti, abbiamo avuto esperienza di quell’onore che le associazioni criminali sostengono falsamente di perseguire e che in realtà per noi rappresenta l’esatto contrario di ciò che esse intendono. Pino Arlacchi, sociologo e studioso della mafia, ha scritto alcuni anni fa un libro sulla vita di Antonino Calderone, un mafioso pentito, dal titolo icastico “Gli uomini del disonore”.

Poco avvertito dall’opinione pubblica e dalla politica è il senso dell’onore che potremmo qualificare come patriottico. “Patria” è certamente un concetto più “caldo” di quello di nazione, perché esso implica, oltre alle esperienze politiche e morali, anche quelle affettive, vissute da chi appartiene a un popolo. Dopo il fascismo, i concetti di patria e onore sono stati ritenuti inaffidabili, nonostante alberghino nel profondo delle coscienze.

L’onore, in una trattativa, ha un proprio codice, che non può essere confuso con quello della razionalità. Ovviamente non so nulla dei tentativi di trattativa rivolti a Putin da più parti, ma il dibattito che ne è seguito mostra una impostazione mercantilistica, inappropriata: tu avrai questo, ma dovrai cedere quest’altro… In realtà, l’unico modo per smontare la politics of resentment è quello di offrire dei riconoscimenti, sotto la copertura di una logica di transazioni. Mi rendo conto che ciò potrebbe apparire come un atteggiamento ambiguo dell’Occidente verso gli ucraini, che in questo momento sono soggetti a sofferenze inaudite, ma non vi sono alternative. I negoziatori dovrebbero cercare di muovere stati d’animo e sentimenti profondi, più che rappresentare considerazioni razionali. Del resto, vi sono numerose ribalte internazionali cui il protagonismo frustrato di Putin potrebbe indirizzarsi. Mi rendo conto che tutto ciò è facile da dirsi e difficile da realizzare, ma è inevitabile, per la politica, percorrere direzioni diverse, visti gli insuccessi attuali. Occorre toccare le corde dell’immaginario collettivo del popolo russo, adottando forme di riconoscimento, anzi tutto culturale.

Lo sguardo di Putin, così come lo vediamo nelle fotografie, è vuoto. È un deserto di umanità; carico, per contro, di una profonda rabbia fredda. Per questo vanno battute tutte le strade.

Quando Churchill, commentando la vigliaccheria delle nazioni europee di fronte all’occupazione nazista del territorio dei Sudeti, pronunciava la frase “Potevano scegliere tra il disonore e la guerra: hanno scelto il disonore, avranno la guerra”, egli immaginava che la guerra sarebbe stata una immane carneficina, ma sapeva anche che essa sarebbe terminata con dei vincitori. I popoli sarebbero sopravvissuti, ma oggi nessuna guerra nucleare ammette un vincitore.