Il celeste impero e la crisi ucraina

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di Alessandro Artini

Sulla rete gira l’articolo di un intellettuale, Hu Wei, che ricopre importanti cariche in alcune istituzioni cinesi. L’articolo, che ha la caratteristica di un breve saggio, agile e ponderato, pare del tutto affidabile e, del resto, non sarebbe così agevole creare una fake news di tale livello. Inoltre, anche se ammettessimo che esso nasce dalle menti dell’intelligence di un qualche paese, dovremmo comunque prendere atto del suo valore di pungolo intellettuale. Ma cosa scrive Wei?

Egli si rivolge al governo cinese e, muovendo dall’osservazione che la guerra in Ucraina rappresenti uno dei conflitti più terribili dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, lo invita a soppesare attentamente le decisioni da prendere. Si apre, infatti, una finestra temporale di un paio di settimane che saranno cruciali per il futuro destino della Cina.

Wei è molto critico verso Putin, che avrebbe scatenato la guerra al fine di occultare la profonda crisi economica in cui versa la Russia. Putin avrebbe compiuto una scelta sbagliata (“an irreversible mistake”), perché anche nel caso che i suoi carrarmati occupino Kiev e creino un governo fantoccio (“a puppet government”), ben difficilmente il potere potrebbe essere mantenuto nel tempo: i costi militari, economici e umani dei russi sarebbero enormi. Dopo il fallimento del Blitzkrieg, sarà difficile, per Putin, puntellare la difficile situazione economica, aggravata dalle sanzioni. Il rischio nucleare fa sì che il resto del mondo (non solo quello occidentale) si schieri contro la Russia, nella previsione di una possibile catastrofe per l’umanità. Gli Stati Uniti, pertanto, stanno guadagnando nuovamente prestigio e autorevolezza e perfino la Francia e la Germania stanno rientrando nell’alveo della Nato, nonostante in questi ultimi anni i due paesi abbiano mostrato tendenze divergenti. La connivenza con Putin, da questo punto di vista, rappresenterebbe un errore per la Cina.

Considerato l’imminente fallimento russo, gli Stati Uniti si troverebbero – considera Wei – su posizioni di forza (visto il rinnovarsi delle alleanze occidentali) e soprattutto affronterebbero una sola super potenza e non più due, come in precedenza, quando la Russia fiancheggiava la Cina. In tal senso, l’attuale neutralità è un errore, perché la Cina ha molto più da guadagnare schierandosi con l’Occidente. Una tale posizione – conclude Wei – potrebbe anche favorire una positiva risoluzione alla questione di Taiwan (rispetto alla quale sono note le mire espansionistiche cinesi).

Qual è stata la posizione di Xi Jinping nel recente colloquio con Biden? Non è facile capire, ma, secondo Rampini (Corsera), i cinesi hanno ribadito il loro tradizionale equilibrismo tra Usa e Russia. Xi sa di non potere rompere con Biden, perché la Cina ha molti interessi americani: i suoi investimenti in dollari sono cospicui e non riguardano solamente il debito pubblico americano. Contestualmente gli imprenditori cinesi di Shanghai, in questi giorni, stanno acquisendo le aziende russe in crisi, anche a causa delle sanzioni economiche. Xi sa che la posizione di Putin è indifendibile e per questo è in imbarazzo, ma intende trarre tutti i vantaggi che gli derivano dalla sua posizione.

Andrea Pomella, su Ilsussidiario.net, osserva che lo scritto di Wei ha provocato le dure critiche dell’ala maoista del partito comunista cinese, che ha intravisto in esso un’impostazione filoamericana, ma Xi pare essersi contrapposto a quel “partito” nel partito, fortemente di sinistra, che punta a rompere il dialogo con Biden. La Cina, è vero, vuole una piena autonomia dagli USA e, per esempio, costruirà un sistema di cambio diverso allo Swift, ma mantiene un costante contatto con gli americani. Il governo cinese, ancorché non accolga la prospettiva di Wei, attua comunque una Realpolitik, che non gli consente di interrompere il dialogo.

Quale sarà il nuovo ordine mondiale dopo la guerra in Ucraina? Dando per scontato che eviteremo la catastrofe (diversamente non avrebbe senso neppure fare ipotesi), si riproporrà un dualismo da guerra fredda, tra Cina e Usa, perché la Russia di Putin, con la vicenda ucraina è destinata a essere ridimensionata. Le guerre non si vincono solo con le armi, ma soprattutto con la politica e Wei, nel suo saggio, ha pronunciato un giudizio negativo perentorio sulle scelte di Putin. Un giudizio condiviso anche dal filosofo americano Francis Fukuyama, da altri punti di vista, e che appare incontrovertibile: la Russia, forse vittoriosa sul campo, è politicamente sconfitta. Poiché la storia si ripete sempre, ancora una volta ci troveremo di fronte a due schieramenti: quello delle società aperte, liberali e democratiche e quello delle autocrazie orientali, che nel corso dei secoli, nonostante l’opposizione di molti uomini e particolarmente degli intellettuali, hanno dimostrato di non voler fondare le loro istituzioni su regimi di libertà. Noi occidentali saremo chiamati nuovamente a scegliere e sarà bene che chi intesse rapporti con l’Oriente autoritario sciolga le ambiguità.