I valori liberali: molti se ne riempiono la bocca senza capirli

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Di Alessandro Artini

Paolo mi fa capire (almeno credo…), con un commento a Postdemocracy, che i valori dell’età liberale se ne sono andati con Benedetto Croce e che il mondo è cambiato.

Ho deciso di affrontare la questione e quelle che seguono sono le mie riflessioni al riguardo. Forse, per il lettore mattiniero, non saranno molto “masticabili”. Me ne scuso anticipatamente con chi avrà la pazienza di leggere, ma esse nascono dal mio clima interiore notturno.

Se adottassimo le categorie di Umberto Eco e distinguessimo i politologi in apocalittici e integrati, io osserverei che i teorici della postdemocrazia si pongono in una via di mezzo. Da un lato, essi constatano l’integrazione della politica sotto l’egida delle élite economico-finanziarie, ammannita nei media da un giornalismo servizievole e gestita nelle forme di un’apparente democrazia, priva di linfa vitale. L’integrazione, in questo caso, non porterebbe a una felice omologazione delle persone nella società dei consumi (come suggeriva Eco), ma anzi produrrebbe una sorta di insoddisfazione o infelicità dello spirito.

Apro, adesso, il versante apocalittico della postdemocrazia, che considera la soggezione delle masse ai diktat delle élite e le rende una folla di individui impotenti a fronteggiarne il potere. A questo punto, gli intellettuali postdemocratici potrebbero ritirarsi di fronte all’apocalissi contemporanea, nel rifiuto sdegnoso delle servitù imposte da quel dominio.

Se per Eco era ancora possibile distinguersi tra apocalittici e integrati (categorie antropologiche opposte, ma simmetriche), adesso non è neppure possibile scegliere uno dei due fronti, perché nella postdemocrazia tutto si tiene e il lato dell’integrazione fiancheggia quello dell’apocalissi.

Ma se la politica ormai altro non è che sottomissione al dominio della finanza, forse è meglio che chi ancora ha uno sguardo libero abbandoni la scena e si ritiri a coltivare il proprio giardino (come suggerivano gli epicurei, ingiustamente ricordati solamente come consumatori di piaceri). Trump e Biden sarebbero due facce della stessa medaglia e ciò varrebbe (si parva licet…) anche per Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi: facce intercambiabili di un potere che li sovrasta. Saremmo passati dall’uomo a una dimensione, soggiogato dalla logica dei consumi, ai sudditi attuali, che avrebbero perduto irrimediabilmente lo status di cittadini e subirebbero mansueti e infelici il destino decretato dalle élite. Che poi un tale destino sia stato deciso dai potenti della Terra nel panfilo Britannia, in una notte del 1992, dove l’allora banchiere Draghi tenne un discorso per illustrare i benefici (ai ricchi) delle imminenti privatizzazioni in Italia, oppure dalla congiura pluto-epidemiologica che ha portato all’attuale dittatura sanitaria, poco conta. Ciò che conta è che il mondo della democrazia liberale, se le cose stessero così, sarebbe scomparso e con esso lo status di cittadinanza. Di quel mondo oggi resterebbe la conchiglia, miseramente essiccata, ma ancora ammantata dei diritti liberali, politici e sociali, dalla quale discende, come una sorta di filamento, una vana ritualità democratica, praticata ancora sotto forma di tornate elettorali.

Qualunque sia la categoria dello spirito che scegliamo, se “integrati” o “apocalittici”, ormai saremmo in balia di un potere finanziario pervasivo e la nostra condizione di cittadini sarebbe praticamente inconsistente. Se le cose stessero così, tanto varrebbe dismettere la politica e (giustamente!) darsi alla politologia, che poi sarebbe lo studio dell’inutilità della politica stessa.

Correndo il rischio di assomigliare ad Alice nel Paese delle Meraviglie (il che, data l’età, mi aprirebbe la porta delle ridicolaggini), continuo tuttavia a registrare delle differenze, nel mondo, che non mi convincono circa la sua completa integrazione. Vedo ancora spazi per il discorso politico, che si aprono a una decisionalità pratica, poco apocalittica. In sostanza non siamo né nell’integrazione, né nell’apocalissi. Né nel loro amalgama storico dato dalla postdemocrazia.

Anzi, per essere chiaro, talvolta lo scenario politico italiano mi pare aperto a una tale molteplicità ed eterogeneità di soluzioni, che mi preoccupo. Alcune di esse, infatti, mi paiono impraticabili. Quanto poi alle situazioni locali, non saprei dire che interesse abbiano quelle élite dominanti nella scelta a sindaco di Ghinelli anziché di Ralli. Osserverei, inoltre, che i teorici della globalizzazione parlano di “glocalizzare”, definendo così gli spazi locali della globalizzazione stessa.

In questi giorni, alla luce di quanto accade in Afghanistan, vedo con maggiore chiarezza cosa significhi vivere in una società aperta come la nostra, anziché sotto il velo della sharia.

Forse la mia è una (parzialmente precoce) senescenza, ma continuo a reputare vivo, almeno in parte, il pensiero di Croce. Nonostante il green pass, la nostra è una società libera. E vediamo di mantenerla tale.