L’anno dell’alpaca

0

di Alessandro Artini

Anche domenica sera, durante la presentazione del libro di Giammarco Sicuro, “L’anno dell’alpaca”, nello “spazio Morini” in fondo al Corso, abbiamo trovato modo di parlare di Ucraina, poiché l’autore era reduce da un viaggio nelle terre insanguinate dalla guerra. Pur non essendo quello il tema in discussione (il libro è la storia di un viaggio compiuto in tempi di pandemia), Sicuro ha risposto ad alcune domande sulla guerra e ci ha detto qualcosa di importante. Egli, infatti, pur avendo presentato domanda all’ambasciata per entrare in Russia e seguire le vicende belliche da quel lato della visuale, non ha ancora ottenuto il visto. Ciò significa che, mentre in Ucraina è possibile spostarsi e scrivere ciò che si vuole (anche contraddicendo il governo di Zelensky), con il solo limite di non filmare le postazioni militari per non rivelarle ai nemici, in Russia non è possibile entrare per raccontare la guerra. Non mi pare una differenza di poco conto.

In questi giorni, la casa editrice Adelphi ha opportunamente pubblicato un discorso tenuto dal grande scrittore Milan Kundera, nel 1967, in occasione del IV Congresso dell’Unione degli scrittori (“Un Occidente prigioniero”). Siamo ancora nell’epoca della Guerra fredda e i paesi dell’Europa orientale vivono oltre la Cortina di ferro, sotto il tallone dell’esercito sovietico che non ha esitato a schiacciare nel sangue tutte le rivolte. Ricordo bene il clima, perché, prima della caduta del Muro nel 1989, mi sono spesso recato a Berlino Ovest per trovare amici tedeschi.

Nel 1985, Kundera pubblica in Italia il suo capolavoro (o forse il libro che ha avuto il maggiore successo), “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, ma già nel ’67 era uno scrittore conosciuto. Ebbene, in occasione di quel Congresso, egli tiene un discorso chiaro e coraggioso, in cui afferma l’importanza del ruolo della cultura nella definizione dell’identità di un popolo. Kundera ovviamente parla dei popoli dell’Europa centrale (Cechi, Ungheresi e Polacchi) che improvvisamente, al termine della Seconda guerra mondiale, si erano trovati a Est, oltre la Cortina, divenuti improvvisamente estranei al mondo culturale europeo, di cui avevano fatto parte nei secoli precedenti in veste di protagonisti. Egli menziona un lungo elenco dei nomi di quegli intellettuali e artisti (tra i quali lo stesso Jòzef Konrad Korzeniowski, noto come Joseph Conrad, di origini polacche), che hanno offerto contributi straordinari alla filosofia, alla musica, alla pittura, alla scienza, ma ciò che colpisce, oltre alla rivendicazione esplicita dell’appartenenza europea, sono le sue considerazioni sulla rivolta ungherese del ’56 e sulla Russia.

In Ungheria, gli scrittori, radunati in un circolo che portava il nome del poeta romantico Petőfi, avviano una profonda critica letteraria, cui segue, quasi senza soluzione di continuità, la rivolta del ’56. Una rivolta di popolo, democratica e popolare, che avrebbe avuto successo, se non fossero intervenuti i carrarmati sovietici a maciullare i corpi dei ribelli. L’esercito “amico” invade l’Ungheria per evitare – così dicono i governanti comunisti – che il capitalismo tornasse a prevalere in quel paese, ripristinando il marciume delle false democrazie occidentali (anche oggi l’invasione dell’Ucraina viene giustificata con argomenti analoghi, seppur questa volta si paventi l’oppressione nazista).

Nel suo discorso, Kundera osserva che, nonostante il fascino che noi occidentali abbiamo sempre provato per l’“anima russa”, insondabile e misteriosa, ma capace di creare i romanzi conturbanti di una letteratura densa di passioni, il comunismo aveva provocato il rinfocolarsi, sotto la cenere, di una forte pulsione anti occidentale. L’arte di Gogol’, di cui non si discute la levatura, secondo Kundera, evoca mondi che ci stregano e ci attirano, ma, al contempo, ci inorridiscono. Per questo, sebbene ciò non sia stato percepito dall’Occidente, per i paesi dell’Europa dell’Est improvvisamente trasposti oltre Cortina, il senso profondo della loro identità era l’appartenenza all’Europa, un valore da difendere dalle raffiche del vento sovietico antioccidentale.

Oggi, quella stessa tempesta è scatenata contro l’Ucraina e ha un obiettivo: l’abbattimento del sistema democratico e delle nostre libertà, odiate dalla dittatura putiniana. Tutte le volte che la Russia aggredisce, essa dichiara di farlo per legittima difesa, ma ciò che la guida è quella primitiva pulsione antioccidentale.

Il sogno della profonda Russia, quasi dotato di un’aura sacrale e misteriosa, è pura ideologia, come nei decenni scorsi il mito del comunismo. L’Unione sovietica, infatti, è implosa non tanto (o non solamente) per le trame americane, quanto per la sua intrinseca debolezza, anzitutto economica. Essa era un paese molto armato (dotato delle armi nucleari che tutt’oggi possiede), ma povero, privo di libertà e soggiogato da una dittatura di partito corrotta. Il presunto primato dei sovietici, che li vedeva affiancati dualisticamente agli americani nell’età della Guerra fredda, era miseramente fallito. Nonostante l’industrializzazione forzata, i russi continuavano a essere un popolo sostanzialmente rurale, privo di prosperità e in molte regioni ridotto a una vita di stenti. Anche oggi il loro PIL è inferiore al nostro ed equivalente, più o meno, a quello della Spagna. Sfugge il senso della pretesa, rivolta all’Occidente, di essere riconosciuta come primaria potenza mondiale. Se la Russia oggi non risplende, ciò non è colpa né degli americani, né della Nato, tanto meno degli Ucraini, ma del governo dittatoriale di Putin e degli autocrati che lo sostengono.