Dai banchi a rotelle all’obbligo vaccinale. Cosa accade a scuola?

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di Alessandro Artini

Il 15 dicembre è entrato in vigore l’obbligo vaccinale nelle scuole. Che reazioni vi sono state?

A prima vista, tutto scorre né più né meno come prima. Certamente sono partite le lettere con le quali si invitano coloro che non hanno il green pass rinforzato a giustificare la loro posizione oppure a provvedere alla vaccinazione, secondo quanto prevede la legge, ma non mi risulta vi siano state tensioni tra i no vax e il personale scolastico tenuto a far rispettare la normativa.

Tutto bene, dunque? Non direi.

Intanto vorrei osservare che, in questa situazione di ripresa della pandemia e di difficoltà nell’applicazione delle norme, alcune scuole, particolarmente nelle grandi città, sono state occupate dagli studenti. Le occupazioni sono inopportune, intempestive e pericolose dal punto di vista del virus. Forse sarebbe il caso che il ministro intervenisse e pronunciasse parole educative, rivolte a quei giovani, molti dei quali, con le occupazioni, credono di riacquistare la normalità perduta in questi ultimi due anni. Nel caos della pandemia, ci mancavano anche le occupazioni…

Esse non sono un’esperienza di crescita personale, né un rito di passaggio all’età adulta e neppure un momento di routine della vita scolastica. Forse sarebbe bene sgomberare il campo da questi equivoci, che si radicano in un contesto passato, oggi inattuale.

Ma, tornando al tema dell’obbligo vaccinale, il punto è che molti no vax sfuggono, almeno temporaneamente, all’obbligo vaccinale assentandosi legittimamente da scuola. Si tratta di personale amministrativo che fruisce di ferie arretrate oppure di docenti che chiedono l’aspettativa, per i motivi previsti dalla normativa contrattuale. Talvolta essi si assentano, presentando certificazioni mediche. Ovviamente, queste ultime provocano qualche perplessità, ma formalmente sono documenti inattaccabili. Se confrontassimo la percentuale di assenze di cui fruiscono i no vax con quella del restante personale, potremmo senz’altro osservare che le assenze dei primi superano, in proporzione, quelle dei secondi…

Un tema su cui è possibile riflettere oggettivamente è il peggioramento delle relazioni interne alle scuole. Gli amministrativi si caricano del lavoro dei colleghi assenti, perché non è possibile trovare immediatamente i sostituti. Ma il lavoro amministrativo è già aumentato di per sé, in questi anni di pandemia. Anche per i docenti “assenteisti”, particolarmente per quelli che insegnano materie scientifiche o tecniche, non è facile trovare i supplenti. In questo caso, ne deriva che chi paga il prezzo più alto di questa situazione sono gli alunni, i cui apprendimenti subiscono danni dovuti alla presenza incostante di quei docenti.

C’è da chiedersi che valore abbia la protesta di coloro che ricorrono a tali assenze, anziché farsi sospendere dal lavoro, come prevede la legge. Se infatti i no vax volessero opporsi, con una sorta di obiezione di coscienza, alla normativa sull’obbligo, dovrebbero scegliere la strada maestra di farsi sospendere, accettandone le conseguenze. In tal modo, il ministero potrebbe prendere atto della protesta; le assenze, invece, non hanno alcun valore di testimonianza…

Un altro danno ingente lo subisce la struttura organizzativa della scuola stessa, perché vengono lesi i tradizionali legami che univano, con forme di solidarietà, gli stessi lavoratori. Si sente il peso della situazione. Le segreterie mancano di personale e soprattutto, con l’avvento delle tecnologie informatiche, mancano di impiegati adeguatamente formati. Purtroppo i “posti vuoti” sono ricoperti da personale interno, generalmente ex bidelli (oggi si chiamano “collaboratori scolastici”) che cambiano lavoro. Alcuni si danno da fare e imparano; altri non hanno né le basi, né la voglia di apprendere. Queste “promozioni”, che rispondono solamente alla logica di fidelizzare gli iscritti sindacali mediante promozioni, sono del tutto deleterie. Fino a qualche tempo fa, inoltre, chi sapeva fare provvedeva ad aiutare chi non era in grado, ma adesso non è più possibile, perché i carichi di lavoro sono aumentati per tutti.

Ho la sensazione che questo sia un momento storico per la scuola italiana, in cui l’alternativa tra cambiamento e conservazione è diventata cruciale. Se la prima opzione non trovasse attuazione con delle incisive riforme, non resterebbe altro che la palude dello status quo.