Corsa per il nuovo sindaco: approfondire ciò che interessa e non annoiare gli elettori

0

Di Pietro Pagliardini

Il Consiglio Comunale di Arezzo dovrebbe esaminare a breve le osservazioni al Piano strutturale e al Piano operativo, che insieme costituiscono il vecchio Piano Regolatore Generale. Ma Arezzo è anche in campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale e del sindaco. I candidati non sono pochi e le liste che li appoggiano sono di più. E’ un fatto positivo, segno di interesse per la comunità.

Ogni candidato dichiara di avere un progetto di città da offrire. Sarà il Covid, sarà il Recovery fund, sarà la paura del futuro, e per molti anche del presente, sarà la stagione, ma a due mesi dal voto ancora la campagna elettorale non è decollata. I candidati pubblicano foto di incontri con i cittadini ma non servono grandangoli per inquadrare tutti i presenti e, probabilmente, continuerà così fino a settembre.

A proposito dei progetti, un collega scriveva qualche giorno fa che proprio il Piano regolatore è il grande assente in questa prima fase. Eppure, se i candidati hanno un progetto per la città possibile che il progetto per eccellenza di ogni comune italiano non sia contemplato? Un motivo ci dovrà pur essere.

Non ho intenzione di annoiare ripercorrendo ancora una volta la storia dei precedenti PRG, dirò solo che sono stati sempre al centro del dibattito e degli scontri nelle campagne elettorali. Quali possono essere le cause di questa anomalia?

Una potrebbe essere figlia della crisi, dal 2008 in poi, che per il settore immobiliare è stato terribile e per Arezzo di più. La città non è più appetibile sotto il profilo immobiliare e ne rendono testimonianza le grandi aree dismesse che tutti conosciamo e che temo resteranno tali ancora per molto. A meno che non ci sia qualche grande iniziativa, magari sostenuta da una altrettanto grande quantità di denaro di quello europeo, ma non certo per operazioni immobiliari “tradizionali”, quanto orientata a sviluppare o creare attività e quindi posti di lavoro. E’ evidente che in assenza di mercato, anche l’interesse per il PRG si affievolisce: di cosa si parla se si può fare poco e quel poco si risolve in  piccoli interventi, importanti certo per i bisogni dei cittadini, ma che non consentono di discutere di massimi sistemi? Per questi piccoli interventi, in una società non statalista, basterebbero poche tavole  e qualche regoletta in pochi articoli. Ma la nostra società tutto vuole regolare e controllare, fino alle vite delle persone (vedi metodo e moduli lockdown), infatti per fare poco o niente ci sono decine di tavole, paccate di analisi, parecchi articoli di norme. Un PRG si dovrebbe leggere guardando qualche carta e leggendo qualche pagina di norme e invece, grazie anche alle nostre leggi regionali, è difficile quasi come interpretare un tavola etrusca. Le soffocanti leggi regionali riducono i margini di manovra al lumicino e, quel poco che ci fosse, si prederebbe in mezzo alla giungla di dati.

Proprio questa situazione determina lo scarso interesse per il Piano regolatore, che dovrebbe essere il vero progetto di una città, e la mancanza dello stimolo economico non può che attenuare l’attenzione sia del cittadino che del politico. Il primo è interessato solo se possiede  un’area edificabile o se spera lo diventi con le osservazioni; gli altri cittadini potrebbero essere affascinati da qualche idea forte che tutti possano capire, capace di dividere la città in favorevoli e contrari (il dibattito si fa tra opinioni diverse non nell’unanimismo), di appassionare e anche litigare. Il secondo, il politico, se si trascurano le prese di posizione pro o contro in base alle diverse appartenenze, di cosa parla se manca la base comune, quella sì, di discussione, cioè il progetto stesso? Certo, un candidato sindaco potrebbe proporre un suo progetto urbano, un’idea ma, a occhio, mi pare che oggi si parli di argomenti scontati, allo stesso livello del Recovery fund: digiltalizzazione,  cambiamento climatico addirittura, svolta green, mobilità sostenibile, resilienza, che oggi sta bene ovunque.

Scendiamo di livello per favore, facciamo proposte vere rapportate alle capacità di questa città, magari collocandole ognuna come specifica dei vari filoni sopradetti, per dare loro un dignità teorica, ma facciamole queste proposte, di qui alle elezioni.

Farò un esempio tra i tanti: le frazioni. Ho visto che il tema compare un po’ in tutti i programmi come lo sono sempre state in tutte le elezioni precedenti ma, se si esclude chi ha scelto di fare del comune di Arezzo una realtà territoriale di frazioni, cioè il sindaco Ducci (col senno di poi la scelta ha creato grandi problemi alla mobilità), nessuno dopo ha fatto molto. Al solito c’è il problema economico a inibire le iniziative ma il tema non può essere eluso o rimanere una dichiarazione di intenti, perché interessa migliaia di cittadini, se è vero che tutti i candidati vanno a incontrare i residenti delle frazioni. Il tema frazioni è strettamente correlato alla mobilità, pubblica e privata, con quella pubblica che oggi, per i noti motivi, è diventata ancora meno attrattiva. Se poi si consolidasse il lavoro da casa, anche per una percentuale molto minore di quella dell’emergenza, sarebbe ancora più importante dare identità alle frazioni, che diventerebbero luogo di lavoro, con un disegno capace di individuare un centro significativo con attività di base, private e pubbliche, che non obblighi ad andare in centro per ogni minima esigenza.

Insomma, il tempo ancora c’è per approfondire e non annoiare gli elettori con discorsi fumosi che, andando avanti, con la crisi prossima ventura, diventerebbero proprio insopportabili ai più, incoraggiando l’astensionismo.