Budapest 1956: “Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa”.

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di Alessandro Artini

Talvolta mi chiedo cosa succederebbe se l’Italia, come l’Ucraina, venisse invasa da un esercito straniero. Qualcuno assumerebbe il ruolo di Zelensky e i giovani italiani accetterebbero di morire in difesa della loro storia e della loro identità? Temo che la risposta sia negativa e ciò suscita in me un certo pessimismo.

Umberto Galimberti, in un programma televisivo, ha spiegato le ragioni di un tale possibile atteggiamento. Esse risalgono al declino della nostra società, cioè alla “corruzione dei costumi”. La nostra società ancora possiede una ricchezza diffusa, che riguarda la maggioranza della popolazione (in ciò egli concorda con le analisi di Luca Ricolfi), nonostante si registri la presenza di una fascia sempre più larga di famiglie in povertà. I nostri giovani ancora dispongono di notevoli ricchezze da consumare, che consentono loro di vivere in una sostanziale inerzia lavorativa. Ovviamente queste ricchezze si esauriranno per le prossime generazioni, ma al momento, così come è accaduto nel periodo di decadenza dell’impero romano, la vita continuerà in maniera agevole o comunque priva di grossi problemi.

Galimberti spiega che i nostri giovani non sono avvezzi ad affrontare le difficoltà e le famiglie sono iperprotettive. Ne so qualcosa, anche perché a scuola i genitori talvolta protestano per un “6-” e talaltra si lamentano se i figli, anziché un “8”, hanno avuto solamente un “7+”. Se poi prendono un “4”, mandano direttamente l’avvocato. Galimberti racconta di aver parlato all’assemblea di un’associazione veneta di commercianti, nel corso della quale questi ultimi gli chiedevano, disperati, come mai i loro figli non avessero la benché minima intenzione di portare avanti l’impresa che loro avevano creato a costo di enormi sacrifici. Con amaro sarcasmo, Galimberti rispondeva chiedendo loro qual era stato il regalo ai figli per il diciottesimo compleanno. Una Porsche? Ebbene, cosa si aspettavano? Certamente i figli preferivano andare in Porsche, anziché lavorare. Concludeva, quindi, che i nostri giovani, in caso d’invasione, non saprebbero neppure combattere, perché la nostra generazione di padri (e madri) li ha costantemente diseducati ad affrontare le pur minime difficoltà.

È il declino dei costumi, grazie al quale i lavori più duri ormai non riguardano più i nostri figli, ma perlopiù gli stranieri, dando luogo a quella che Ricolfi definisce come un’infrastruttura paraschiavistica. Già, ma poi accade come con i barbari, condotti a Roma per le opere murarie, per quelle stradali, per gli acquedotti e soprattutto per combattere. In sostanza, i Romani, nel periodo della massima corruzione dei loro costumi, non potevano fare a meno dei barbari, che poi hanno finito per prendere il potere e governarli.

Galimberti è certamente un intellettuale lucido che non fa sconti. Ma, a mio parere, c’è anche un altro filo di lettura, che rimanda a un testo, che ho già citato in un precedente articolo, dello scrittore Milan Kundera, dal titolo “Un Occidente prigioniero”.

Kundera riflette sulla rivolta ungherese del ’56, una delle tante che il potere sovietico/russo ha represso nel sangue, com’è suo storico costume e come sta facendo attualmente in Ucraina. Ebbene, prima di morire per i colpi di artiglieria, il direttore dell’agenzia di stampa ungherese, scrive il seguente dispaccio: “Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa”.

Ma che senso ha una tale frase? Infatti, se per noi occidentali è comprensibile che il direttore muoia per l’Ungheria, non ci è chiaro perché egli dichiari di morire anche per l’Europa.

La questione, risponde Kundera, va inquadrata nel contesto di quei popoli dell’Europa centrale (Ungheresi, Polacchi e Cechi) che improvvisamente erano stati trasferiti, dopo la Seconda Guerra Mondiale, nell’Est oltre Cortina. Quei popoli avevano e sentivano di avere una cultura europea, del tutto estranea a quella omogeneizzante e opprimente della burocrazia sovietica. Una cultura ricca di differenze, concentrate in spazi europei ridotti rispetto agli sterminati territori sovietici, necessariamente governati, invece, dai criteri ideologici uniformanti del socialismo reale. Criteri capaci di annichilire le differenze. Per questo il direttore dichiara di morire anche per l’Occidente, perché egli sente di appartenere al mondo romano-cristiano e all’età dei lumi, che connotano l’idea stessa di Europa. Personalmente aggiungerei a quei due periodi storici anche il nostro Rinascimento, che secondo me sta alla base dello stesso Illuminismo. Ma lasciamo perdere, ché non è questa la sede…

Torniamo alla rivolta del ’56. Essa, non a caso, ha alla base un movimento culturale, il quale dai circoli di letterati e artisti si era riversato nello stesso popolo ungherese, che aveva incarnato quella cultura di cambiamento. È stata, dunque, una rivolta popolare e culturale al contempo. E, al termine della sanguinaria repressione, i sovietici hanno soffocato, mediante la censura, anche quella cultura, che, senza stampa e televisione, aveva animato la rivolta stessa. Ma noi italiani odierni, noi europei, avvertiamo tutt’oggi quella presenza culturale che offriva l’identità al direttore dell’agenzia di stampa prima di morire? Questo è il punto. Per Kundera, la risposta è negativa. Ed è per questo che l’Occidente è prigioniero, come suggerisce il titolo del libro.

In conclusione, penso che il ragionamento di Galimberti debba essere integrato con una interpretazione atta a cogliere il valore della cultura, la quale, se è vero che non sempre garantisce il coraggio di ribellarsi e opporsi, rappresenta comunque, sempre, il fondamento di ogni atto di rivolta. È la cultura che invera la nostra identità e, se non la si possiede, neppure può accadere che la gente percepisca un senso di appartenenza. Certamente serve un esercito, ma c’è bisogno altresì di un congruo investimento nella scuola, per la difesa nazionale.