Arezzo: non solo Saracino

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di Alessandro Artini

È sabato e manca poco alle 14, mentre attraverso piazza della Badia. Ho letto nelle cronache che la piazza di notte diventa una sorta di Bronx aretino, dove gruppi giovanili danno libero sfogo alle loro ubriacature, ma adesso la piazza è bellissima ed è invasa da turisti affamati (molti stranieri) che siedono presso i numerosi tavolini davanti all’antico monastero che ospita Ragioneria. A lato, la vasariana chiesa delle Sante Flora e Lucilla, che mantiene un certo understatement e non esibisce, nella facciata, il tesoro d’arte che racchiude (come l’affresco di San Lorenzo, un capolavoro assoluto del monaco camaldolese Bartolomeo della Gatta). Noi aretini spesso ignoriamo la bellezza che ci circonda, ma gli stranieri no e hanno atteso solamente che la città abbia aperto le porte dell’ospitalità. Oggi pare che le sovrastrutture dei servizi turistici abbiano funzionato e Arezzo sembra una città diversa, una di quelle città d’arte in cui i turisti affluiscono a ondate e sciamano per le strade. Cammino per via Cavour e incontro due atelier di giovani artisti, prima a destra, poi a sinistra, e giungo infine alla mia meta, la ex chiesa dedicata ai santi Pergentino e Lorentino, che adesso ospita una mostra dal titolo Infra/arte. L’amico Gabriele Grazi, che mi attende, spiega che la ex chiesa è trecentesca (come attestano le formelle del fregio sovrastante il portale d’ingresso), anche se è stata ristrutturata nel Settecento. Adesso, su concessione della Fraternita dei Laici, è uno spazio libero per iniziative culturali.

L’ambiente è arredato in maniera geometrica, essenziale, con un tocco di eleganza offerto dalle sedie bianche, opposte in due file simmetriche, di fronte ai quadri che impreziosiscono le pareti della sala. Le opere non sembrano avere un filo conduttore, anche se i quadri predominano sui video, le fotografie e le poesie scritte e incorniciate.

Il primo passo nella mostra, tuttavia, è dentro una sorta di tenda oscurata, le cui pareti sono disegnate con vernici a rilievo. Al suo interno – mi spiega Gabriele – il quadro si vede con le mani. Quindi, bendato, vi entro e guardo con il tatto. A tutti gli effetti si tratta di immagini digitali in senso proprio. Gabriele spiega che lo spettatore deve costruire dentro di sé, mentalmente, il disegno, avvalendosi dei polpastrelli delle mani: “vedere”, in questo modo, non è ricevere passivamente delle immagini. Lo spettatore costruisce la sua visione, anche se, in questo caso, la funzione sensoriale non è esercitata dal senso per eccellenza e cioè dalla vista, ma dal tatto. “Vedo” significa, talvolta, “capisco”, ma adesso “capire”, cioè costruire mentalmente, significa “toccare”.

Poi i quadri. Impossibile passarli tutti in rassegna con uno sguardo sinottico, per cui mi limiterò a saltabeccare tra gli uni e gli altri, in base alla risonanza interiore che ho avvertito.

Gli oli su tela di Sonia Fiacchini sono accurati e dettagliati e rivelano una mano raffinata. Essi rappresentano oggetti industriali dismessi, come dei bidoni arrugginiti, fusti di benzina piegati e ammaccati. Parrebbe che l’eccellenza nel dipingere sia sprecata, per un tale soggetto. Diremmo “rifiuti da pattumiera”, se non fosse che quest’ultima è il mondo nel quale viviamo. Oggetti che, di conseguenza, sono la cifra di un’epoca e dei suoi devastanti effetti produttivi.

Anche i quadri di Maria Teresa Ribul Mazzola hanno a che fare con lo scarto dei materiali, sebbene in questo caso si tratta delle “interiora” dei computer: microprocessori, piastre madri, ecc. Ne nascono immagini di umanoidi, personaggi strani che sembrano anticipare il nostro futuro. Figure dotate comunque di un’armonia interna e coerenti nella logica dei materiali riciclati.

Quindi le immagini delicate di Raffaele Rossi, sfumate e dal taglio allungato, quasi citazioni postmoderne di Klimt. Si intravede la ricerca dell’artista-architetto, la quale accompagna e informa la sua produzione. Non a caso, le immagini si affiancano al ritratto del grande filosofo Emanuele Severino, ricercatore paradigmatico del senso profondo delle cose. O della mancanza nichilistica di un tale senso.

Poi i volti di Laura Gatteschi, alcuni dei quali ricordano “la maniera” di Frida Kahlo. Volti precisi e intensi nello sguardo, che si accompagnano alle poesie sottostanti del padre Luciano. Poesie che rimandano, con le parole, all’esperienza visiva, come ad esempio quella della chiesa di Santa Maria delle Grazie, che appare come una piuma volteggiante in aria.

Lucio Gatteschi non ha bisogno di presentazioni, ma tutte le volte stento a conciliare il fisico possente della sua persona con la minuta precisione dell’arte naif, che racconta la sua verve affabulatoria, spesso umoristica. L’immagine notturna di un gatto ci accoglie nella parete della tenda che ho visitato e che si offre frontalmente all’entrata della mostra, quasi a celebrare con uno stemma araldico la missione dinastica di una famiglia votata all’arte.

Voglio anche ricordare il video di Fernando Maraghini e Maria Erica Pacileo, con il gruppo francese di danza moderna “La Silenda”. Una danza sinuosa e affascinante di corpi nudi, dipinti con linee nere e bianchi rettangoli, che rimandano a primordiali ritualità africane. Infine i paesaggi dagli intensi colori di Alessandro Mazzoni, che lasciano trasparire cromatismi interni, vagamente espressionistici.

Decisamente via Cavour mostra una vocazione artistica e forse andrebbe incoraggiato il cambiamento di uso di quei magazzini che, nel secolo scorso, erano sedi commerciali o di un artigianato industriale. Potrebbe nascere una sorta di Montmartre aretina.