Animalist

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di Alessandro Artini

Lucignano è un borgo medievale dalla struttura urbanistica ellittica, dove le strade si dispongono le une a fianco delle altre, con una geometria anulare talmente precisa che, vista dall’alto, sembra corrispondere a una immagine archetipica, in un mondo di mezzo tra realtà e immaginazione. È anche un luogo le cui architetture e vestigia parlano da sole agli occhi del visitatore, talché molti stranieri, particolarmente tedeschi, comprano casa nelle campagne d’intorno e lì si fermano a vivere. Sicuramente una vita più a misura d’uomo.

Adiacente alla seconda fascia muraria del borgo, aperto con la vista a Sud Est, nella piana della Valdichiana, c’è Palazzo San Cristoforo le cui pareti sono affrescate gentilmente e con finezza, nello stile degli anni in cui hanno operato a più riprese gli artigiani pittori. Esso appartiene a una nobiltà dimessa, a una bellezza inconsapevole, per i decenni d’incuria cui è stato esposto. Ebbene quel palazzo, adesso, pare recuperare l’antico orgoglio, ospitando la mostra “animalist” che il collettivo gel – scultura&design, composto da Giovanni Raspini, Erika Corsi e Lucio Minigrilli, ha creato e predisposto.

La mostra, aperta fino a domenica 16 ottobre 2022, comprende una cinquantina di pezzi. Si tratta di sculture in ferro e bronzo che hanno come tema centrale il mondo animale. Esse rappresentano topi, api, pipistrelli, iguane, tartarughe, polpi, ecc. Un campionario zoologico che, al cospetto dei soggetti vivi, cioè degli animali veri, provocherebbe una immediata ritrosia, espressione dell’istinto di conservazione del nostro paleoencefalo. Oggi, tuttavia, in un contesto dove il patrimonio genetico istintuale della nostra specie si riduce progressivamente in funzione delle dinamiche evolutive, la pulsione di ritrarsi trasmuta in attrazione, cioè nel fascino provocato da quegli animali, che inevitabilmente prevale. È la loro potenza vitale che colpisce gli spettatori, la bellezza della pelle preistorica dell’iguana, il brulichio dei topi incastonati sul mobilio di ferro, la dolcezza flessuosa e altera dei polpi che, sulle spalle di quattro busti che accolgono il visitatore all’ingresso, paiono rappresentare delle nappine militari a frange.

La potenza di quegli animali, coadiuvata dalla forza materica dei metalli, affascina e rappresenta il rimando a un mondo naturale di cui noi uomini contemporanei abbiamo perso il senso, un mondo che ci ha lasciato traccia proprio nella dimensione animale, nonostante la devastazione ambientale in atto. I metalli inoltre – suggerisce il filosofo coreano Byung-chul Han, studioso di metallurgia – sono materiali affascinanti, che paiono avere una loro misteriosa vita interiore e si comportano alla stregua di organismi viventi. Per esempio si trasformano e hanno, per così dire, delle metamorfosi. Così tutto è vivo agli occhi del metallurgo. Deleuze ha scritto che il rapporto della metallurgia con l’alchimia si basa “sulla potenza immanente a tutta la materia, e sullo spirito di corpo che l’accompagna”.

Gli animali scolpiti, tramite la tecnologia, nel metallo, poi si integrano nelle specchiere e nei mobili anch’essi di metallo, cifre di un design all’avanguardia per le nostre abitazioni. Essi provocano, unitamente alla fascinazione, un senso dolente di nostalgia e di vivo desiderio, che evocano rispettivamente un passato perduto e il sogno di una vita in cui la nostra quotidianità possa riequilibrarsi con la natura. Innescano, così, la ricerca di un rinnovamento delle pulsioni vitali, infiacchite dalla nostra quotidianità e dominate sempre più da algoritmi. Han ci descrive il nostro sperdimento, dovuto al predominio delle “non cose”, cioè delle apparecchiature informatiche che ci affiancano nella vita, ne regolano i ritmi e sempre più spesso instradano le nostre scelte. Occorre tornare al mondo delle cose, quelle semplici, con le quali abbiamo convissuto armonicamente nel corso dei millenni. Questo è l’invito che propone la mostra del gruppo gel: ritornare a una vita più equilibrata, che offra alla quotidianità delle nostre case la bellezza di un design improntato dalla natura. Noi uomini, che abbiamo smesso di vivere nel mondo del cielo e della terra, rinchiudendoci in Google Earth o nel Cloud, abbiamo necessità di recuperare la magia delle cose semplici, degli oggetti nella loro corporeità. Così anche le nostre abitazioni, oggi sature di apparecchi informatici che mimano il geniale design italiano del secolo scorso, necessitano di bellezza autentica e di cose non digitalizzate. La mostra di Lucignano è una prima risposta.

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