Altre criticità sulla resistenza. L’impatto della guerriglia ed i riconoscimenti.

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…da precedente  Resistenza = Una lotta di popolo?  …

Fra le cause della divisività, le numerose stragi che il popolo riteneva causate dal comportamento scellerato dei partigiani, accostamenti che sono sempre stati respinti dalla storia “ufficiale”, ma che trovano talvolta fondamento.

Nel libro del Galli (partigiano certificato) “Catenaia! Una banda partigiana” si descrive i fatti che precedono la strage di San Polo. Tutti civili i catturati nella azione Molin de Falchi- Pietramala ove i tedeschi liberano alcune decine di loro commilitoni detenuti alla macchia. Questi identificarono alcuni dei loro secondini fra coloro che erano nella zona d’operazione che vide l’abbandono del posto e delle armi da parte dei resistenti. 9 partigiani che furono presi e trucidati fra lì e San Polo, con altri 40 sfollati presi a più o meno caso.

Il 22 giugno 1944 in località Valloni vennero fucilati da soldati tedeschi cinque uomini e un ragazzo perché tre militi tedeschi erano stati uccisi in uno scontro a fuoco con i partigiani (che magari erano nella banda del “russo”, veramente poco partigiana): solo un esempio dei rischi connessi ad operare in aree dove si assiepavano centinaia di sfollati. Come raccontò uno che c’era: alle Chiassacce -dopo il Chiavaretto- pareva d’esser pel Corso.

Fanciullini nel suo diario -poi libro- imputa la strage di San Severo Poti alla presenza di pseudo partigiani, bellimbusti che ottenevano rispetto e cibo per le armi che portavano; peccato che, quando si avvicinarono le truppe tedesche, questi coraggiosi scapparono gettando le armi vicino ad una abitazione, i maschi lì trovati furono prelevati e fucilati poichè ritenuti banditen.

La perdita di un congiunto in fatti ove la verità si annebbia non può contribuire a rasserenare gli animi. Uno subisce un lutto, mentre chi ne condivide la responsabilità viene elogiato. La strage di Civitella fu per molti conseguenza della morte d’un tedesco per mano partigiana. Io non lo credo, non fu rappresaglia come anche altri hanno dettagliato mancando ogni proporzione e avviso come da “abitudini” naziste. Anche altrove le bestie crucche si sono sgombrate l’area massacrando centinaia di civili perdipiù in modo disumano, quali sono i tedeschi in guerra. Renderei obbligatoria la lettura de “gli unni in Toscana” di Chianini alle scuole medie, perchè i giovani siano pronti a tutto conoscendo il carattere degli uomini in guerra.

Gli agnelli al macello non sputtanavano tuttavia i resistenti, e come capitava altrove morivano in silenzio. Però meritano un elogio ed un ricordo più significativo. Come le vittime dei bombardamenti alleati, quasi 200.

Lista, Curina, dati tutti riferiti al capoluogo: 254 nomi quali caduti nella guerra di liberazione e per rappresaglie nazi-fasciste, 296 caduti per fatti di guerra al passaggio del fronte, 179 caduti per bombardamenti aerei, 65 caduti per cause di guerra non precisate; e taluni parlano di 1.801 morti civili aretini tra donne, bambini e uomini inermi.

Mi sento in colpa, non sono pere o mele, bensì persone. Agghiacciante.

Ma le liste sono inaffidabili e le cause di morte non offrono giustizia ai deceduti. Prendo il caso di Dino Piccoletti, morto all’indomani della liberazione di Arezzo per “fatti di guerra al passaggio del fronte”. Eppure Curina stesso lo definisce partigiano combattente e scrive che lavorò benissimo fino al luglio 1944; il 18 luglio morì in seguito allo scoppio di una granata presso il palazzo della posta in Arezzo. Il sito sulla memoria della Provincia dice: cadde con altri sette antifascisti aretini a causa dell’esplosione di una bomba, forse con congegno a tempo, il giorno dopo la liberazione di Arezzo. In via Guido Monaco, nei pressi della sezione dei fasci femminili i fascisti in fuga avevano collocato l’ordigno che, nell’esplosione coinvolse 12 giovani aretini“.

Un fatto che vide la morte di 8 aretini fra cui si ricorda soltanto Piccoletti. Persino qualche Piccoletti ha perplessità sulla ricostruzione dei fatti che, come si legge, risultano poco coincidenti. Curina specifica “una pattuglia della cp. comando (2° btg.), in missione sulla rotabile 71, giunta presso il palazzo delle Poste di Arezzo, viene investita dallo scoppio di un ordigno nemico. Il partigiano Dino Piccoletti rimane ucciso, mentre il suo compagno, Lamberto Piccoletti, viene ferito“: secondo me, uno che muore “in missione” merita essere celebrato come “caduto nella guerra di liberazione”. E magari ricevere una decorazione, insieme a tutti i suoi compagni. Invece no, troverete fior di eroi ricordati con un rigo, se va bene. Altri santificati nell’ottica del manuale Cencelli, dove ogni componente partitica della resistenza -Giustizia e Libertà, Brigate Garibaldi, Brigate bianche, Formazioni Autonome, Sap, Gap, per esempio-  doveva avere medaglie d’oro assegnate con motivazioni d’un lirismo epico, d’una retorica fasulla quanto quella fascista.

Eliseo Brocherel, per Curina partigiano inviato in missione presso il comando di brigata, viene ucciso a tradimento sulla via Anconetana dal repubblichino Pancacci. I due intendevano “scalinarsi” (se non siete de Rezzo non capirete mai!) e bevvero un bicchiere di vino insieme; quando Brocherel, che forse aveva “mangiato la foglia” decise di andarsene, il Pancacci impugnò il moschetto e lo freddò con due colpi alla schiena. Eliseo, citato ripetutamente per azioni coraggiose sin dal settembre ’43, muore a 23 anni, in pubblico.

Ma come direbbe Mourinho, zero tituli, non un riconoscimento al Brocherel.

Probabile che qualcuno anni dopo abbia “sistemato” il Pancacci che era uscito assolto dal processo.

Morti di valore diverso, portati in palmo di mano quelli che entravano nell’empireo dei partigiani, ricordati con una targa alcuni dei tanti civili uccisi per mano tedesca, riepilogati manco fossero carne da un tanto al chilo molti altri e completamente dimenticati tanti, ma tanti altri. A me non piace.

Nella foto l’abbraccio fra partigiani in Arezzo liberata: fra essi se ne riconosce uno che picchiò duro su fascisti e tedeschi, continuando la lotta sin che anche il Casentino non divenne libero. Poi riprese gli studi e divenne avvocato, in Arezzo.

….prosegue….